Ogni giorno è Carnevale – Le Maschere e il Caos della vita quotidiana

Periodo più folle dell’anno, dove “ogni scherzo vale” ed è possibile essere e fare ciò che ci pare.  Il Carnevale è la rappresentazione di un mondo pazzo, senza regole, dove le certezze della vita, lasciano il posto alla confusione in ogni sua sfaccettatura.

Risultati immagini per carnevale quadroRicordo del carnevale di Venezia- Valerio Betta

Nato come espressione di un tentativo sociale di trasgressione di norme e di sovversione di ruoli sociali sovraimposti. Nella civiltà occidentale, le origini del Carnevale sono antiche e rintracciabili nei saturnali Romani, rituali pagani in cui, in un periodo limitato di tempo, non vi era l’obbligo di rispettare leggi e costumi sociali ed in cui le gerarchie erano capovolte (gli schiavi divenivano liberi ed acquisivano poteri). Il mondo, in quei giorni, girava al contrario. L’equilibrio sociale ed il perfetto ordine delle cose, tornava con la fine della festa che veniva scandita da sacrifici, nell’ottica rituale attraverso cui la morte conduce sempre ad una nuova rinascita.

Non è mia intenzione approfondire l’ampio aspetto antropologico legato alle ritualità del Carnevale: per ciò si rimanda a futura trattazione. Ho deciso, in questa sede, di soffermarmi sugli aspetti metaforici del Carnevale che offrono anche un’interessante chiave di lettura per riflettere sulla ritualità della vita.

Ad oggi, il Carnevale è una festa socialmente concessa soprattutto ai bambini, i quali possono accedere, senza timore, all’irrazionalità, allo stravolgimento di regole e confini ed entrare in contatto inconsapevolmente con propri desideri e paure mediante uno, più, mille travestimenti scelti (un bambino che si traveste da mostro, ad esempio, si sta identificando con le sue angosce ed al tempo stesso affrontando la parte più temuta di sé). Crescendo, si è sempre meno interessati a partecipare agli eventi carnevaleschi, archiviandoli come possibili e divertenti solo nell’epoca dei giochi. Ci riconosciamo da adulti sempre meno in grado di concederci “strappi alla regola”: nel bisogno di mantenere un controllo il più possibile razionale, ci neghiamo molte  regressioni al servizio dell’io che sono in realtà funzionali e necessarie al nostro benessere psichico.

Nella nostra quotidianità, però, affrontiamo molteplici “fasi carnevalesche”: l’alternarsi di periodi di confusione e di conquista di nuovi equilibri attraverso varie forme di sacrificio. Essendo animali sociali, siamo costretti per tutta la vita ad aderire a norme prestabilite che regolano e determinano le nostre relazioni ma, quando qualcosa ci destabilizza ed esse ci iniziano ad andare strette o ci deludono, ecco che il caos interiore ci sovrasta. Tutto diviene confuso. Tutto diviene crisi. Perdiamo il contatto con le regole, non riconosciamo più cosa sia giusto e cosa sbagliato. La confusione interiore emerge, la mostriamo nei nostri comportamenti, nelle nostre evasioni dal “normale”, nei nostri eccessi, nelle nostre malinconie e agitazioni.

È proprio quando la nostra identità è in crisi e non sappiamo più quali maschere indossare e come farlo, che ha inizio il nostro cambiamento. Il passaggio, la crescita e la rinascita sotto nuova forma sono possibili solo riconoscendo l’esistenza del caos interiore, affrontandolo interrogandoci su chi siamo, oltre a chi voler essere.

Siamo ciò che mostriamo e ciò che non mostriamo. Tutti i giorni indossiamo maschere, in fondo. Sono le maschere del Carnevale della vita quotidiana, quelle parti di noi, o meglio, rappresentazioni di parti della nostra personalità che indossiamo davanti al mondo esterno. Sono riflessi di noi, che ci assomigliano solo in parte. Scudi, difese, ma anche  risorse poiché ci permettono di interagire e riconoscere parti simili a noi nell’altro, avvicinandoci ad esso. Sono degli strumenti, dunque, che possiamo utilizzare per arricchirci nell’incontro con l’altro e con se stessi.

Ci appelliamo alle nostre maschere soprattutto nei momenti di confusione, quando abbiamo bisogno di un contatto con la realtà, affidiamo a loro il compito di darci una forma specifica. Nel lungo processo di individuazione, volto alla conoscenza e alla scoperta di noi stessi, impariamo a riconoscerle ed averne consapevolezza, gestendole e mostrandole in base alle richieste esterne. Jung ne parla sotto l’archetipo di “Persona” che rappresenta l’insieme delle nostre maschere, ciò che mostriamo al mondo esterno,  il nostro “io” cosciente, dunque, ciò che siamo solo in parte. Ognuno ha la sua “Persona” che possiede sia caratteristiche uniche dell’individuo, che tratti appartenenti a tutta l’umanità. La “Persona” è solo una parte del nostro Sè, quella più visibile e certa, non rappresenta in toto il nostro Sé. Quando ci si identifica rigidamente con una maschera, un ruolo sociale, un’etichetta… si fa l’errore di nascondersi dietro la propria “Persona”. Si convince l’altro sino ad arrivare a convincere se stessi di essere solo ciò che si mostra di essere, di essere solo l’insieme delle proprie maschere, rimanendo ingabbiato in esse e bloccando o impedendo un “sano” percorso di scoperta di se stessi. La maschera, in questi casi, può rappresentare una strategia conseguente ad una trauma infantile.  un meccanismo di difesa che spinge l’individuo a mostrare solo quella parte di sé ed a negarsi, di conseguenza, la possibilità di mettersi in “gioco” alla scoperta di un mondo interiore sconosciuto. Chi fugge dalle relazioni, ad esempio, può convincere gli altri, sino a convincere se stesso, che la fuga rappresenti un tratto fondante e immodificabile della sua personalità, quando è probabilmente espressione di un vissuto di rifiuto nel legame di accudimento primario.

Il Carnevale è un tempo di confine; fra due stagioni, ad esempio: è possibile accedere alla serenità della primavera, solo dopo aver vissuto giorni freddi d’inverno ed essere passati attraverso la confusione. La ritualità del Carnevale ci mostra come nella vita si alternino sempre fasi di disequilibrio ed equilibro, di quiete e di tempesta, di divertimento e sacrificio, di rigidità e trasgressione. La circolarità è per noi un messaggio di speranza che suona come “tutto si risolverà”: ci saranno sempre nuovi inverni, nuovi periodi di caos e poi nuove primavere.

 

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Quando il Partner è Depresso – Amore e Sessualità

 

Noia. Senso di vuoto. Impotenza. Bassa autostima. Apatia. Rabbia. Tristezza..

Sono solo alcuni, i più diffusi, vissuti associati alla depressione.

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Qualche volta ci capita di sperimentarli sulla nostra pelle, conosciamo questi sentimenti ed anche quando siamo sereni, può capitare, leggendo i loro nomi, di sentirli vivi dentro di noi. La depressione è infatti un’esperienza molto più “nostra” e comune di quanto immaginiamo .

Secondo Melanie Klein, ogni individuo entra in contatto con le seguenti sensazioni nel momento di separazione primaria con la madre (“posizione depressiva normale”). Nel primo anno di vita, infatti, il bambino per la prima volta fa esperienza di quel sentimento di vulnerabilità, impotenza e tristezza che caratterizza la depressione in ogni fase di vita. È posto di fronte al dilemma di non poter bastare a se stesso, di essere dipendente da un oggetto esterno, come la mamma che ha un compito centrale nel superamento della posizione depressiva del figlio: le sue cure e la sua presenza permetteranno al bambino di accettare e interiorizzare la coesistenza di un proprio lato aggressivo con un altro degno di amore.

Dalla relazione primaria alle altre relazioni significative di amore.

Il bambino ormai adulto fissato o regredito in una posizione depressiva, tenderà a cercare nel partner ciò che non ha potuto sperimentare nella relazione di accudimento primario: vedersi negli occhi dell’altro come una persona buona. In quest’ottica, dire “ho bisogno di te”, significa dire “ho bisogno del tuo amore perché mi fa sentire bello, buono, migliore e mi fa scoprire dei lati del mio carattere che non pensavo di avere perché nessuno mi ha permesso di vederli finora: mi fai sentire degno”.

Chi soffre di depressione ha un grande bisogno di essere gratificato e amato, poiché la sua autostima dipende da ciò che vede negli occhi del partner, ma contemporaneamente non è pronto all’amore essendo inconsapevolmente convinto di non meritarlo. Il vissuto inconscio della depressione è la perdita (reale o immaginaria) di un oggetto amato e il tentativo di investire il partner del compito di una madre si dimostrerà sempre un fallimento.

La depressione è l’uscita dal “mondo di chi merita amore”, e rappresenta una punizione che il soggetto si auto-infligge e che infligge all’altro in maniera inconsapevole, l’altro da cui si sente in un qualche modo abbandonato e non aiutato.

Il ritiro depressivo comporta la focalizzazione sul proprio stato umorale e il ritiro da ogni investimento pulsionale con la diminuzione di interesse verso il mondo esterno, le attività e le relazioni.

La depressione influisce nelle relazioni di coppia in maniera consistente. Il paziente depresso vive una relazione in cui non si sente capito, mentre sentimenti di impotenza logoranti insieme al desiderio di riuscire a guarire l’altro caratterizzano il vissuto del partner.

La vita di coppia subisce la caduta della spinta vitale nella sfera della sessualità.

Lo stato depressivo riduce l’interesse per il sesso, smorza il desiderio e il piacere sessuale. Maggiore è la gravità del disturbo depressivo, maggiori sono le conseguenze negative sulle funzioni sessuali. Il soggetto risulta disinteressato riportando difficoltà sessuali legate alla sfera del desiderio e dell’orgasmo, come ad esempio l’impotenza o l’eiaculazione precoce; di conseguenza tenderà ad inibire la libido. L’attività sessuale può anche essere ricercata in maniera compulsiva, o per mezzo di comportamenti promiscui e perversioni, con lo scopo di combattere, attraverso il piacere, le pulsioni autodistruttive che caratterizzano il vissuto depressivo, ricercando sensazioni sempre più intense per colmare il vissuto di vuoto. In entrambi i casi l’atto sessuale risulta perlopiù emotivamente poco coinvolgente e la soddisfazione scarsa.

L’effetto del sesso sulla depressione può accentuare il senso di inadeguatezza ed insoddisfazione, ma è importante accennare anche che può assumere una funzione riparatrice antidepressiva ed andare a contrastare le pulsioni autodistruttive tipiche del vissuto depressivo.

 In altra sede abbiamo associato la depressione alla crosta di una ferita interna, apparentemente superficiale quanto indelebile e persistente. Ponendo l’attenzione alle relazioni interpersonali, proviamo qui a descrivere la depressione associandola metaforicamente ad un’altra ferita: una spaccatura nel suolo da cui ha origine un vortice che ha il potere di inglobare dentro se il paziente ed ogni aspetto della sua vita.

In conclusione, quindi, la tutela dei singoli e del benessere di coppia rende auspicabile il progetto di una terapia che prenda in considerazione gli aspetti strettamente legati al vissuto depressivo, ma anche gli aspetti legati alle dinamiche di coppia ed alla sessualità.

   Dott.ssa Emanuela Gamba
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Per approfondire:

 Borst, U. “S.O.S. Depressione in famiglia. Vivere insieme a un partner depresso”, Ed. Apogeo, 2013

 Società italiana di Sessuologia Scientifica, “Rivista di sessuoligia clinica- 2004/2”, Ed. FrancoAngeli, 2004

 “Mr. Beaver” film di Jodie Foster del 2011

Imparare a dire “No!”- Ascoltarsi per farsi ascolare

È così semplice dire “No”?

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Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un video di un bambino mentre fa il bagnetto, che parla con il papà. Durante il gioco che accompagna un momento fondamentale nella giornata di un genitore e del suo piccolo, il padre intrattiene il figlio facendo domande a raffica. Il bambino ha solo qualche mese meno di un anno, ma sembra aver già appreso la differenza fra la comunicazione verbale e non verbale. Si guarda intorno con occhi illuminati e sorride; si percepisce che sa dire ancora poche parole per via della sua età ed, infatti, nel video ne pronuncia solo una, precisa e diretta: “No”…“No”…“No”… Ad ogni domanda, risponde con “No” divertito, euforico ed inappropriato. Sembra aspettare con impazienza la fine della domanda per essere libero di pronunciare quella parolina che ci fa sorridere per la sua inadeguatezza, perché siamo socialmente spinti ad associarla all’accezione negativa del rifiuto, ma che rappresenta una scelta comunicativa forse meno ingenua di quanto immaginiamo . Dice “No”  senza pensarci troppo, senza fatica.

Perché per noi non è mai così indolore dire “No”? dovremmo invidiare la sua leggerezza forse, ma credo sia più interessante ed utile prenderlo come spunto per riflettere sulla modalità che ognuno di noi ha di rispondere alle richieste esterne e di riconoscere i bisogni propri ed altrui.

Presupposto di questa riflessione è la condivisione sociale di una difficoltà. Per nessuno è immediato dire un “No” fermo e deciso, contraddire l’altro senza usare un atteggiamento aggressivo o senza sentirsi in colpa ed avere il timore di offenderlo.

Ogni individuo  propende, dunque, a seconda delle sue caratteristiche individuali, per uno dei due stili comunicativi seguenti:

  • Passivo: chi non ha ancora imparato a dire “No” ed asseconda ogni richiesta esterna. Agisce con l’intento di evitare conflitti sottomettendosi al volere altrui, anteponendo i bisogni degli altri ai propri e rinunciando a comunicare emozioni, sentimenti ed idee proprie. È un atteggiamento quasi del tutto inconsapevole e nasconde forti sentimenti di inadeguatezza e paura dell’abbandono. Sono persone che non esprimono la propria opinione quando è negativa per paura di ferire e sentirsi responsabili del malessere altrui; agiscono sempre secondo ciò che pensano possa essere socialmente accettabile: ogni scelta viene affrontata con l’intento di compiacere ed essere accettato. Non è possibile reggere per lungo tempo mettendosi in secondo piano: il soggetto riuscirà difficilmente a ricondurre l’insoddisfazione al suo atteggiamento masochistico e la convertirà frequentemente in sintomi psicosomatici.  

  • Aggressivo: chi dice troppi “No” con rabbia e ostilità, reagendo con aggressività alle richieste altrui. Sono persone che hanno la tendenza a sottovalutare il volere degli altri ed a ricercare una superiorità nell’interazione; amano i conflitti. La ricerca di potere nelle relazioni, sottende l’ansia di perdere l’altro: l’unico modo per mantenere con certezza l’oggetto del desiderio è dominarlo .

Si dice che la ragione stia nel mezzo: in un continuum immaginario troviamo a metà fra questi due stili comunicativi disfunzionali, l’assertività. Essere assertivi significa anche il saper usare le due posizioni anassertive in maniera flessibile e funzionale. Se ci trovassimo, ad esempio, in una situazione pericolosa, come un sequestro di persona, la risposta assertiva implicherebbe l’uso di una posizione passiva.

Le teorie psicologiche riconoscono l’assertività come una delle competenza maggiormente funzionali al benessere individuale e relazionale,  insita in ogni individuo ed incrementabile.  

L’assertività è la capacità di riconoscere e comunicare i proprio bisogni e sentimenti, di valutare quanto sia rispettoso verso se stessi assecondare le richieste esterne e sentirsi liberi di esprimere le proprie idee, nel rispetto degli altri, riconoscendone il valore anche quando rappresentano una voce fuori dal coro.

L’assertività non è una caratteristica di personalità o un tratto statico, ma più che altro un comportamento/ una modalità comunicativa che favorisce il confronto nel rispetto di opinioni contrastanti, aiuta a risparmiare energie psichiche e quindi abbassa i livelli di stress. Gli individui assertivi attivano comunicazioni funzionali, certamente influenzate dall’individualità, in specifici contesti relazionali ed ambientali, ma possono mettere in atto comportamenti disfunzionali (definiti anassertivi) quando contesto ed interazioni sociali cambiano, più precisamente quando le emozioni aumentano e sopraggiungono difficoltà nella loro regolazione. Più l’emozione è imprevista, più i pensieri negativi si attivano, più si perde il controllo su quel pizzico di razionalità che serve per attivare una comunicazione assertiva. Non è un dramma. Anzi. È importante ogni tanto concedersi questa possibilità ed accedere alla dimensione dell’imprevedibilità, dell’incontrollabile, perché è ciò che ci fa vivere nella bellezza della scoperta giorno per giorno di noi stessi e del mondo e che ci rende vivi. È importante in seguito soltanto, soffermarsi a riflettere, sul valore della nostra reazione.

Attivare una comunicazione assertiva è un regalo che si fa a se stessi e agli altri. Vuol dire sicuramente non rinunciare alle proprie idee, alle proprie emozioni, ai propri punti di vista e farli valere, ma significa anche rispetto verso l’altro. La possibilità di ricevere benefici da una comunicazione chiara, diretta, sincera è un’opportunità per riflettere su quanto sia  per tutti necessario ascoltarsi.  Ascoltarsi per apprezzarsi- apprezzarsi per imparare a comunicare correttamente, in modo chiaro ed efficace – comunicare per farsi conoscere … 

La comunicazione assertiva diviene efficace grazie alla centralità del sé: è possibile solo quando i bisogni altrui non vengono anteposti ai propri e quando si riconosce il proprio valore parimenti a quello degli altri. Per far ciò sono necessari buoni livelli di autostima (chi soffre di depressione tenderà ad essere passivo), un’immagine di sé adeguata, capacità di fare e ricevere complimenti e critiche e un goccio di umiltà. 

L’assertività è un trofeo raggiungibile da ognuno di noi: le strategie per vincere sono conoscere l’altro e, soprattutto, imparare a conoscere se stessi. Dialogare con sé è il primo modo di comunicare.

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Per approfondire:

 –Fromm E., “Assertività per esprimere se stessi, rimanendo se stessi nell’incontro con gli altri” dalla Rivista “Dalla parte dell’uomo”, Associazione Erich Fromm, 2013

 – Sellin R., “Le persone sensibili sanno dire no”, Ed. Feltrinelli, 2015

Cosa significa “crescere”?- Le spinte e le resistenze al cambiamento dei giovani adulti

“Sembrava una mattina come tante altre. Sveglia presto, caffè di corsa, vestirsi, lavarsi, provare a dare un senso ai capelli, un filo di trucco…per poi immergersi nel traffico mattutino della Capitale ed affrontare la solita routine noiosa, ma rassicurante. Quella mattina di autunno, assorta nei miei pensieri, ferma ad un semaforo, mi accorsi di un particolare che mi colpì senza capirne sul momento il senso: il mio sguardo si soffermò su una semplice foglia secca, una foglia ormai rigida e color marroncino che rotolava per la strada trasportata dal vento. Inerme, la foglia fece molti metri davanti a me sull’asfalto, come cullata dal soffio del vento, mentre io ero lì, ferma, bloccata a guardarla e ad aspettare il mio turno verde per passare. 

Nei giorni seguenti mi ritornò in mente più volte quell’immagine ed il suono del vento; ad accompagnare i miei ricordi, una forte sensazione di freddo. Mi chiesi come mai mi avesse colpito quella situazione così ordinaria e banale, vista altre mille volte,  ed avesse reso quella mattina diversa dalle altre mattine. Capii che quell’evento era la metafora perfetta della mia vita: in quel particolare momento di vita mi sentivo insicura, non sapevo se voler essere vento o foglia, trasportare o essere trasportata dagli eventi, impormi o essere inerme, fare o non fare, crescere o non crescere.  

E pensai al Peter Pan di Berrie che “finisce per rimanere imprigionato nell’abisso dell’uomo che non vuole diventare e del ragazzo che non può continuare  ad essere” perché anche io mi sentivo in quel limbo, ma finalmente riuscivo ad accorgermi di quanto fossi stufa di scegliere di non scegliere.”

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Nel sistema sociale occidentale, i 18 anni rappresentano l’inizio della vita adulta, anche se la piena maturità intellettuale si raggiunge intorno ai 20 anni e l’età è sempre più dipendente da componenti culturali e non biologiche. Con la maggiore età si può prendere la patente e la “maturità”: si è poco più che adolescenti e già ci si sente chiamare GRANDI. Nel primo periodo di vita adulta (dai 18 ai 40 anni circa) , l’uomo è ancorato alle sensazioni ed ai vissuti della sua infanzia e della sua adolescenza, ma comincia a porsi le prime domande sulle sue responsabilità e a ricercare il suo ruolo sociale.  Sarà solo nel passaggio tra i 20 ed i 30 anni che acquisirà  il modello di riferimento della propria identità di adulto. Questa fase rappresenta un periodo critico, per molti una seconda adolescenza: è quel momento in cui si sente la pressione di dover cambiare vita, ma allo stesso tempo ci si sente bloccati dalla paura del futuro, dalla paura della responsabilità di dovere essere “Vento”.  I giovani Peter Pan di oggi non hanno fretta di “fare i grandi” poiché sono bloccati, bloccati dalla paura di scegliere e bloccati dall’incertezza del futuro, dalle possibilità che il mondo di oggi non offre. Secondo Francesco Cataluccio, l’immaturità è il male del secolo: la cultura e il nostro tempo contribuiscono a far crescere adulti-non adulti, incapaci di affrontare la vita, le gioie e le preoccupazioni quotidiane. La società moderna della incertezze, infatti, allontana la mente dal fare programmi rendendo possibile solo il pensiero al presente.  Si sceglie così di prendere tempo e rifugiarsi in un posto sicuro: “l’isola che non c’è” dentro ognuno di noi, fatta di sogni, speranze e paure in cui è possibile vivere da foglie trasportate dal vento… e lasciare al vento la responsabilità di scegliere.

Teorizzata da Dan Kiley nel 1983, la  “Sindrome di Peter Pan” ad oggi non viene classificata come patologia da alcun manuale diagnostico, ma è ormai un termine di uso comune per indicare una difficoltà dello sviluppo. Rappresenta il vissuto di disagio di chi si rifiuta o è incapace di crescere e assumersi le responsabilità di ciò che è stato e di ciò che sarà: è il fallimento del processo di differenziazione o di individuazione. Kiley lo descrive come un blocco dello sviluppo emozionale del bambino che fa i conti con figure genitoriali spesso rigide e responsabilizzanti o inadeguate a livello affettivo.  Viene letto anche come un meccanismo di regressione e fissazione ad una fase precedente di vita in cui le responsabilità sono poche ed è possibile tenere i problemi lontani e non  accedere ad emozioni mature.

Pertanto è possibile indicare due parole per descrivere il disagio dei moderni Peter Pan: “infanzia e società”.

Il personaggio di Peter Pan viene associato nell’inconscio comune ad un vissuto negativo, di staticità e fallimento dell’identità. Ma proviamo a pensare anche a quel che rappresenta: Peter è un bambino e come tale racchiude dentro se la forza della fantasia e della curiosità. Questo ci ricorda come sia possibile conservare dentro i nostri animi di adulti in lotta con la società e la vita quotidiana, una piccola parte “bambina” che ci può spingere verso la scoperta di quel che c’è al di là del certo della nostra isola, e riscoprire quell’entusiasmo di vivere che spesso manca ai Peter Pan di oggi. La mia cura alla “patologia dei nostri tempi” è una  terapia alla curiosità che spinga a scegliere di volere e di volare.

Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. (Antoine de Saint-Exupéry)

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Per approfondire:

D. Kiley, Gli uomini che hanno paura di crescere. La sindrome di Peter Pan, Rizzoli, Milano, 1985

F. M. Cantaluccio (a cura di) Peter Pan, il bambino che non voleva crescere, Feltrinelli, Milano 1992

 F.M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Torino, Enaudi,

La Depressione e la Psicoterapia – L’esigenza di essere ascoltati

A volte basta sentirsi lievemente giù di morale per pensare impropriamente “sono depresso” e avere il bisogno di comunicarlo all’esterno.

Nel linguaggio comune si abusa sovente del termine “depressione” parlando del proprio umore, probabilmente con l’intento di lanciare un messaggio alle persone care legato alla necessità di essere contenuti ed accuditi in un periodo di generica tristezza che, però, non identifica la presenza di una patologia, ma più che altro è l’espressione di una “normale” fase di cambiamento. Ogni cambiamento porta con sé delle perdite; quotidianamente facciamo conoscenza di vissuti depressivi, perché quotidianamente affrontiamo con fatica perdite di oggetti interni ed esterni che appartengono alla sicurezza del nostro passato e che nel presente sono inevitabilmente assenti. Durante le fasi di crisi (e quindi di cambiamento) dello sviluppo “normale”, affrontiamo vissuti depressivi necessari per integrare nuovi oggetti interni e accedere ad un sé più maturo. Questa esperienza depressiva è costruttiva, ne è un esempio l’adolescenza, periodo in cui l’umore subisce un’alternanza di alti e bassi fisiologici che danno il “là” alla maturazione ed alla crescita.

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Conosciamo le sensazioni che caratterizzano la sindrome depressiva, dunque, anche perché ne facciamo esperienza su di noi durante le crisi del ciclo vitale. Parlare di vissuti depressivi, però, è ben diverso dal parlare di depressione come psicopatologia che si configura come uno stato persistente caratterizzato da tono basso dell’ umore, bassa autostima, sensazione di vuoto interiore e incapacità di trarre piacere da qualsiasi attività quotidiana. È una condizione di totale estraniazione, in cui l’individuo vive in una bolla di malessere per un periodo ti tempo prolungato che condiziona ogni ambito della sua esistenza. Le relazioni ne subiscono lo scotto più grande: in amore ripropone le stesse dinamiche ambivalenti sperimentate nel legame con sua madre (o chi si è preso cura di lui), un attaccamento insicuro, estreme emozioni di odio e di amore che si presentano alternativamente. L’individuo si sente ciò che vede riflesso negli occhi dell’altro, tanto che dall’esterno dipende la sua autostima. Dal  partner c’è un ritorno di immagini di sé ambivalenti: può sentirsi per un attimo un valido amante e poco dopo il compagno più inadeguato. Quando il suo bisogno di essere amato, o meglio, di sentirsi meritevole d’amore non viene soddisfatto, reagisce con rabbia e agisce un abbandono prima di poter essere abbandonato perché il suo super-io ipertrofico che lo rende perennemente insoddisfatto, non permette fallimenti, perdite e abbandoni.

 Si è biologicamente predisposti alla depressione o rappresenta la conseguenza possibile di relazioni disfunzionali con le figure di accudimento primario durante l’infanzia?

È stata avanzata l’ipotesi che la depressione possa essere un’espressione di un struttura caratteriale, ovvero un carattere depressivo che predisponga in maniera innata l’individuo a reagire alle perdite con sentimenti di inadeguatezza e crollo dell’ autostima. Si tratta di un meccanismo in cui la depressione è  sempre la prima (se non l’unica) risposta possibile per affrontare l’assenza di oggetti reali, simbolici, ideali o legati a fantasie. Ma la depressione è anche l’ espressione di una fase di sviluppo nel primo anno di vita in cui un bambino impara, attraverso le interazioni con una madre sufficientemente buona, a riconoscere ed integrare anche parti di sé distruttive e ad affrontare vissuti depressivi. Nasce in questa periodo il senso di colpa a cui il bambino accede riconoscendo la sua distruttività e abbandonando la precedente fase onnipotente. Quando il bambino integra perlopiù elementi distruttivi di sé come riflesso di una dinamica di dipendenza insicura, però, mostra l’esigenza di essere contenuto per i suoi sensi di colpa ed il bisogno di essere tranquillizzato, apprezzato ed amato per mantenere un livello sufficiente di autostima. Ogni rifiuto o assenza reale o simbolica in questa fase, provoca tendenzialmene ferite narcisistiche inguaribili che possono condurre, da adulti, verso crolli depressivi e la strutturazione di una psicopatologia depressiva.

L’emozione associata alla depressione, dunque, è prevalentemente una conseguenza di perdite reali, simboliche o fantastiche. L’individuo deve affrontare perdite reali quando vive concretamente esperienze di assenza, laddove precedentemente aveva vissuto una presenza: ad esempio, quando conclude un rapporto con una persona importante, o quando affronta un peggioramento grave della sua salute che lo porta ad identificarsi con una nuova identità da “malato”, o quando perde uno status sociale conquistato in precedenza o la sicurezza lavorativa e finanziaria. A livello sociale, le perdite reali sono riconosciute perlopiù come ingiustizie; esse vengono vissute come conseguenze di esperienze sfortunate per l’individuo e la depressione come una comprensibile risposta all’assenza.

Per fare un esempio, casi di cronaca quotidiana in tempo di crisi ci confermano quanto appena detto: tendiamo socialmente a comprendere anche chi, in uno stato depressivo, sceglie di compiere un atto estremo come il suicidio in conseguenza ad un fallimento finanziario. Lo giustifichiamo come se non avesse altra scelta perché entriamo in contatto con la sua perdita reale, ma non solo… il fallimento concreto è ciò che tendiamo ad etichettare come causa scatenante dei suoi pensieri depressivi, come causa esterna ed ingiusta. Ma, identificandoci con l’individuo nel non riconoscere altra via di fuga, empatizziamo con un vissuto più pesante di perdite secondarie, simboliche e fantastiche che rappresentano assenze incolmabili. Le perdite simboliche sono la distruzione di un simbolo, la distruzione del reale significato che  per l’individuo ha un oggetto o una situazione. In questo caso, cosa c’è dietro l’esperienza di un fallimento economico? Possiamo ipotizzare, la perdita delle fantasie di onnipotenza che la condizione economica elevata veicola, ma anche perdite di autostima e dell’immagine si sé  come persona all’altezza e meritevole di amore. In quest’ottica,  il suicidio è la risposta estrema all’esperienza di assenza che determina il vissuto da “fallito”, da inadeguato ed incapace da cui è impossibile liberarsi, se non attraverso un atto che simbolicamente rappresenta l’omicidio di questa nuova e disfunzionale parte di sé.  L’esperienza maggiormente dolorosa implica, dunque, tutti e tre i livelli di perdita: della concretezza dell’oggetto, del suo significato e delle fantasie che lo accompagnano.

Il disturbo depressivo è, forse, la psicopatologia maggiormente diagnosticata ad oggi.

Nel 1904, Freud incluse la depressione nella lista delle patologie non adatte alla psicoanalisi, insieme alle psicosi e agli stadi confusionali. Lavorare con la depressione aiuta a comprendere cosa possa aver spinto Freud a questa riflessione, giacché rappresenta un vissuto fortemente penetrante nell’analista attraverso il processo di transfert/controtrasfert; è, infatti, necessario avere gli strumenti necessari per proteggersi e non essere invasi, lavorando in primis sulle proprie perdite.

Mi piace immaginare il percorso terapeutico come un viaggio in cui gli attori della relazione tendono a partire da due mete diverse per poi incontrarsi in un punto sconosciuto alla partenza ed iniziare a camminare insieme verso una meta non ben identificata. Il paziente con un vissuto depressivo, fino a quel momento può aver viaggiato da solo fra le sue assenze, le sensazioni di perdita e di inadeguatezza. Non trovando una strada per uscirne, sceglie di iniziare un percorso “insieme” a qualcun altro perchè ha delle risorse che gli permettono di sperimentarsi ancora all’interno di nuove relazioni (non tutti ne hanno). La prima parte del viaggio è forse la più complessa perché mette a nudo, fa riconoscere e rivivere i vissuti associati alla perdita. Il paziente può sentirsi anche solo perché, dell’altro, ha ancora poca fiducia. In seguito, con il tempo, attraverso l’esperienza di una dipendenza “sana” dal terapeuta/specchio di sicurezze, potrà permettersi di fare esperienza di parti buone dell’altro e soprattutto di sé, integrando anche esse e riuscendosi a riconoscere all’altezza di poter essere.

Un viaggio insieme aiuta ad entrare in contatto con “presenze” e non solo con “assenze” e a rendere il processo di integrazione di quest’ultime possibile e meno doloroso. Viaggiare significa sempre crescere, concedersi la possibilità di farlo insieme a qualcun altro è espressione di una grande spinta alla conoscenza di sé e, soprattutto, alla vita.

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Per Approfondire:

-White R.B. & Gilliland R.M., “I Meccanismi di Difesa”, Ed. Astrolabio, 1977

-Quagliata E., “Un buon incontro.”, Ed. Astrolabio, 1994

-Klein M., “Scritti 1921-1958”, Ed. Boringhieri, 1971.

Tabagismo – Aspetti Psicologici dietro il bisogno di fumare

Sui pacchetti di sigarette e negli occhi della gente leggiamo quotidianamente “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Ogni fumatore dipendente ne è consapevole, giacché vive sul proprio corpo gli effetti nocivi del fumo, della dipendenza e conosce perfettamente gli studi sui rischi associati all’abuso di nicotina nel tempo. Conoscere a cosa si va incontro, però, non rappresenta una spinta considerevole allo smettere di fumare. Come mai?

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Per chi si protegge dietro la difesa della negazione, fin quando un evento traumatico (come una malattia) non accade realmente, non esistono rischi; rappresenta a volte, invece, una decisione molto rischiosa fare qualcosa di concreto per se stessi e per la propria salute (come smettere di fumare). La dipendenza fisica e gli effetti piacevoli che il fumo rilascia (aumenta la concentrazione, migliora l’apprendimento, attiva la mente e tranquillizza) rappresentano un alibi per reiterare il comportamento nocivo e renderlo socialmente accettabile, ma nascondono l’ inconscio bisogno di farsi del male ed autopunirsi del fumatore dipendente. Il piacere nel fumare è, infatti, provvisorio, legato esclusivamente al momento in cui la sigaretta è accesa, quando per suo volere e sotto il suo controllo, il fumo lo attraversa, lascia qualche traccia nel corpo e poi ri-esce. Alterna consapevolmente e meno consapevolmente, momenti di piacere a momenti di punizione in un processo di coazioni a ripetere su cui si struttura la sua dipendenza. Finita la sigaretta, infatti, affiorano sentimenti negativi quali vergogna per non essere riuscito a controllare un impulso, angoscia per la possibilità di future malattie e colpa per aver sottoposto il proprio corpo ad un trattamento nocivo, nonché la consapevolezza di esserne dipendenti. A questi sentimenti possono corrispondere vissuti di ansia, insoddisfazione e bassa autostima che il fumatore contiene riaccendendo un’altra sigaretta. La nicotina ha, infatti, anche un’ importante proprietà ansiolitica.

Il tabagismo (o dipendenza da tabacco) segue l’iter psicopatologico di ogni forma di dipendenza (abuso-craving-assuefazione-astinenza) e, come tale, nasconde un profondo senso di vuoto interiore: il fumatore dipendente si mostra incapace di perseguire come obiettivo il proprio benessere; potrà infatti esistere solo se manterrà una relazione con un “oggetto colmante”, fin a quando non riuscirà da sé a riempire quel vuoto.

Tendiamo a scegliere la sigaretta come “oggetto colmante” per le caratteristiche socialmente condivise di bassa pericolosità, benché sia proprio la sua reperibilità a renderla una “droga” familiare e maggiormente pericolosa. Si diventa fumatori molto presto nello sviluppo: dalla prima sigaretta per gioco con gli amici, al fumare per dimostrare a se stessi e agli altri di essere un adulto ed “esistere” da adulto. Fumare in adolescenza conferisce un’identità all’interno del gruppo di pari ed assolve il bisogno umano di sicurezza e allo stesso tempo di autonomia e libertà. Crescendo il comportamento si reitera andando ad assolvere altri tipi di bisogni e la dipendenza si struttura maggiormente: il fumo diviene un importante mezzo di piacere e gratificazione orale. Lo fase orale è la fase più arcaica dello sviluppo psicosessuale del bambino secondo la teoria freudiana: nei primi mesi di vita il soddisfacimento delle pulsioni avviene per mezzo della bocca, attraverso comportamenti orali, come succhiare e mordere il seno della madre. Il neonato succhia ed ingerisce il latte dalla mamma ed incorpora parti buone di lei dentro sé e, di conseguenza, i suoi livelli di ansia diminuiscono, lasciando spazio al piacere. Il bambino impara ben presto che il suo benessere dipende dalla presenza di un oggetto buono dispensatore di piacere, da poter succhiare e mordere. Lo scarso soddisfacimento dei bisogni orali a questa età (ad esempio, nel caso in cui la madre non si mostri sufficientemente presente o attenta alle esigenze del figlio) può rappresentare un’ interferenza nello sviluppo psicosessuale del bambino che da lì in avanti e per tutta la vita prediligerà il cavo orale come fonte di gratificazione.

È il caso del tabagismo, ma anche di altre forme di psicopatologie (come i disturbi del comportamento alimentare) in cui il cavo orale rappresenta la zona primaria di soddisfacimento delle pulsioni. Per il fumatore dipendente, il fumo da tabacco sotto forma di sigaretta diviene il principale mezzo di appagamento di tensioni insopportabili, una nuova e più matura modalità di accesso a quel desiderio mai soddisfatto in infanzia. L’adulto, dunque, sostituisce l’oggetto di piacere del neonato (il seno materno) con un oggetto “surrogato” e “colmante”(la sigaretta) nel tentativo inconscio di rimanere aggrappato all’ oggetto d’amore primario e non essere (più) abbandonato. La “relazione” con il nuovo oggetto ha dei vantaggi: è anch’essa piacevole, socialmente accettabile, ma controllabile dal soggetto che la può usare a seconda del suo bisogno (a differenza di una mamma assente, la sigaretta è sempre reperibile ed a disposizione) per rilassarsi e concedersi una gratificazione nell’immediatezza. Possiede, ormai, il potere di essere l’artefice del proprio piacere.

Fumare è un vizio che si innesca e si struttura inconsapevolmente su formazioni nevrotiche già esistenti nella nostra personalità. A livello cosciente viene percepito come un’esigenza, a volte, o usato come mezzo per socializzare, come forma di ribellione e come molto altro… L’abitudine al fumo è una strategia disfunzionale che segue il principio di piacere e si struttura in risposta ad una o più situazioni stressanti, come fosse una difesa a tutela del proprio mondo emotivo, come un rifugio, un nascondiglio sicuro per i pensieri. I pensieri pesanti vanno metaforicamente in fumo, possono spegnersi per il tempo di una sigaretta almeno, annebbiando la mente e lasciando spazio per concentrasi sulle azioni, sulla ritualità dei gesti. Il raggiungimento del piacere è possibile con il ritiro dalla cruda realtà dei pensieri annebbianti. Anche la gestualità associata all’atto rilassa ed inebria; il fumo che esce ed entra nei canali respiratori crea una stimolazione autoerotica. Il fumo è in primis una coccola, dunque. Si configura come psicopatologia, invece, quando vi è assenza di controllo cosciente sull’azione di fumare. Si può essere dipendenti da una sola sigaretta al giorno: se essa rappresenta un obbligo, un rituale di gratificazione non vi è liberta di scelta consapevole e si è totalmente soggiogati dalla sostanza e dai suoi effetti.

La consapevolezza di essere per natura dipendenti  da persone, comportamenti e sostanze in maniera anche funzionale al nostro benessere, ci fa riflettere e ridimensionare i rischi di vivere una qualunque dipendenza; ciò che è importante e necessario, è evitare che un “vizio colmante” possa annebbiare la nostra mente a lungo creando un fumo permanente. Il rischio è non riconoscere che le difficoltà nel tollerare l’assenza dell’oggetto che abbiamo scelto come fonte di piacere da grandi (la sigaretta), siano il flebile riflesso di un’assenza già affrontata in passato.

Non è il sintomo della dipendenza a parlare di noi, ma l’assenza originaria a cui fa rifermento.

Dott.ssa Emanuela Gamba

Riceve su appuntamento a Roma, (+39)389 2404480 – emanuela.gamba@libero.it

Per Approfondire:

Bignamini E., Bombini R, “Considerazioni sul pensiero e sul linguaggio delle tossicodipendenze,” Medicina delle Tossicodipendenze, 2003.

 Svevo I., “La coscienza di Zeno,” Mondadori, 2001

Le Dipendenze “Sane” – Nasciamo e cresciamo dipendendo…

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Quando parliamo o sentiamo parlare di dipendenze facciamo spesso i conti con sentimenti di preoccupazione, paura, rabbia… Ci spaventa e ci fa arrabbiare l’idea di perdere il controllo su noi stessi, cadere e superare una fantomatica linea di confine fra il nostro volere e il subire. A volte ci preoccupa anche solo sapere di non essere indipendenti e dipendere da cose, eventi o persone esterne al nostro mondo interiore.

Guardiamo alle grandi e invalidanti dipendenze (da sostanze, ad esempio) con paura anche quando sono lontane da noi poiché ne conosciamo i meccanismi che quotidianamente sperimentiamo: ogni giorno viviamo piccole forme di dipendenza, comuni e pressoché salutari. Ancor prima della nostra nascita e per molti anni di vita, infatti, sperimentiamo la dipendenza dalle cure e dalle attenzioni di nostra madre. Arriva un giorno in cui crediamo di aver ottenuto un buon grado di indipendenza da lei, molto spesso nella fase di ribellione e separazione adolescenziale, quando impariamo a gestire nel bene e nel male i nostri piccoli impegni e doveri.

In realtà, ci accorgiamo ben presto che continueremo per tutta la vita a sentirci dipendenti da qualcosa o qualcuno che rappresenterà o prenderà inconsciamente il posto di quella persona che si è presa cura di noi per tanto tempo.

Come esseri umani cresciamo ed impariamo ad essere responsabili, ma non troveremo mai una formula magica per bastare a noi stessi e vivere indipendentemente dalle persone care e dal nostro contesto.  L’uomo è per natura un essere sociale, infatti, tende ad aggregarsi e a vivere relazioni e legami di dipendenza dall’altro. Dipendere da qualcuno permette non solo di vivere o sopravvivere (come per i bambini), ma è sinonimo di un livello intellettivo superiore, è ciò che ci differenzia dalle specie animali.

Continueremo per tutta la vita, quindi, a sperimentare forme di dipendenza, perlopiù sane, che mi piace definire “dipendenze della vita quotidiana”. Capita quando il nostro umore dipende dal sorriso di nostro figlio o del nostro partner. Quando non andiamo a dormire sereni senza il messaggio della buonanotte. O quando riserviamo qualche minuto al giorno a quel giochino sul cellulare che ci permette di spegnere i pensieri pesanti.

Le dipendenze patologiche, a differenza di quelle della vita quotidiana, portano con se ossessioni e compulsività, generano perdita totale di controllo sui comportamenti e allontanamento dalle relazioni funzionali e basate sulla reciprocità. Il soggetto agisce egoisticamente nella ricerca del piacere per riempire un vuoto, un vuoto che nasce dalla relazione con la figura di accudimento primaria e si struttura nell’arco della sua infanzia.

Erroneamente tendiamo a classificare alcune forme di dipendenza, ad esempio il tabagismo, come poco invasive poiché riportano nell’immediato un effetto meno dannoso rispetto ad altre. È bene affermare, invece, che si può parlare di dipendenza in termini di patologia quando sussistono condizioni cliniche psicologiche e fisiche che spingono il soggetto a reiterare in maniera coatta e incontrollabile comportamenti specifici per raggiungere un livello di gratificazione. Attraverso un mezzo, una sostanza o più canali, il soggetto altera la coscienza e dimezza i suoi livelli di tensione psichica, di ansia o di dolore. Nella ricerca di uno stato di benessere, che con il tempo sarà sempre più difficile da raggiungere, andrà incontro all’aumento delle dosi, alla perdita di controllo dei propri limiti e alla diminuzione del periodo di “sobrietà”. La dipendenza comporta una compromissione delle relazioni interpersonali, difficoltà nell’adempiere a compiti quotidiani (come andare a lavoro) oltre a seri rischi per la salute.

Sono casi in cui si riconosce come assolutamente necessario l’intervento psicologico/psicoterapeutico che supporti e contenga il soggetto nel lavoro di rielaborazione dei vissuti di “vuoto” legati al periodo infantile insieme ad un intervento farmacologico che aiuti a diminuire gli effetti della dipendenza fisica e faciliti la guarigione.

 A dare il via al meccanismo di dipendenza patologico, dunque, è la scelta di una strategia poco funzionale per riempire un vuoto emotivo e raggiungere uno stato di benessere attraverso un canale che segue il principio del piacere. L’effetto? La realtà  risulta alterata e la felicità incompleta, non soddisfacente e passeggera determina la ripetizione del comportamento compulsivo. Per scardinare il meccanismo patologico e condurre verso  il principio di realtà, all’interno di un percorso di supporto, è importante far confrontare i pazienti che soffrono di forme di dipendenza invasive con le dipendenze della vita quotidiana. Lo scopo è ridare un senso alla loro solitudine e al loro vuoto: si sentiranno maggiormente accolti e compresi capendo che il meccanismo alla base della dipendenza ed i sentimenti ad esso connessi sono sperimentati nella vita da ogni uomo.

Oggi sappiamo che per natura siamo esseri dipendenti.

Nella vita “sana” di tutti i giorni, senza mai perdere di vista il nostro ruolo, la nostra responsabilità ed individualità, è importante accettare l’idea di dipendere da qualcun’altro. Concedersi la possibilità di dipendere da qualcuno significa potersi appoggiare su una base sicura, significa costruire, condividere, crescere, significa colmare un vuoto, significa dare spazio dentro di noi all’altro, significa un passo senza paura verso una più duratura e possibile felicità.

                                                                                                  Dott.ssa Emanuela Gamba
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Abbuffate Emotive – Come controllarle!

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Il cibo è banalmente ciò che ci mantiene in vita, ma al contempo rappresenta significati che sono strettamente legati, in maniera differente per ognuno di noi, ad un insieme di emozioni precise e ambivalenti. Può essere una gratificazione o una punizione, una scusa per interagire, una scelta attraverso cui esprimere il proprio modo di essere, una difficile dipendenza da cui uscire, un piacevole conforto, un nemico da combattere..Il cibo rappresenta il pensiero ossessivo di chi mette in atto comportamenti disfunzionali nel tentativo di distruggere quell’idea di “nemico/amico”, rischiando invece solo di annientare se stesso.  È il caso dei disturbi del comportamento alimentare. Hanno origine psicologica e sociale e sono influenzati perlopiù da fattori ambientali; viene compromessa conseguentemente anche la salute fisica dell’individuo.

Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorder) rappresenta, insieme all’Anoressia Nervosa e alla Bulimia Nervosa ,  un disturbo del comportamento alimentare di recente classificazione caratterizzato da abbuffate ricorrenti.  Un episodio di Binge Eating, che singolarmente non delinea la presenza del disturbo, si verifica quando vengono assunte  grandi quantità di cibo con voracità, in assenza di fame e in un periodo di tempo limitato, come ad esempio un’ora. Per vergogna ed imbarazzo, si tende a mangiare da soli ed a nascondere il proprio problema. Si agisce con l’intento di gratificarsi, ma subito dopo si è assaliti da sentimenti di rabbia, disgusto, tristezza e sensi di colpa associati alla perdita di controllo. Le emozioni negative e la bassa autostima rappresentano i fattori predominanti lo sviluppo e il mantenimento di comportamenti di alimentazione incontrollata che sono a volte solo un goffo tentativo di regolazione delle emozioni attraverso il cibo. Si fa un utilizzo emotivo dell’alimentazione, infatti, quando si hanno maggiori difficoltà nel comunicare e riconoscere le proprie emozioni.

Come abbiamo visto, il Binge Eating Disorder  ha caratteristiche simili alla Bulimia Nervosa, da cui però si differenzia per l’assenza di condotte di eliminazione (come l’induzione del vomito e l’uso di lassati/ diuretici) e di neutralizzazione del cibo (come l’eccessiva attività fisica o i digiuni prolungati): strategie compensatorie usate dai bulimici nel tentativo di impedire l’aumento ponderale del peso. Viene definito anche “obesità egodistonica”: Il Binge Eating è una condizione frequente nei pazienti che conservano dei buchi nella “gommapiuma” dell’anima e rappresenta una condotta alimentare fastidiosa, una nota stonata che l’individuo suona e  tende inevitabilmente a riprodurre più volte nel tempo, anche se la percepisce lontana dai propri bisogni e poco armonica. Il Binge Eating coinvolge perlopiù persone dal temperamento insicuro ed indeciso,  con poco spirito di iniziativa, bassa attività esplorativa, difficoltà nell’affrontare novità,  con la tendenza ad accontentarsi e ad evitare nuove “sfide” anche quando vengono in esse riconosciute possibilità di miglioramento. Nonostante la reticenza al cambiamento, il sentimento di insoddisfazione è totalizzante e riguarda principalmente la percezione della mancata corrispondenza fra l’ immagine corporea reale e quella ideale legata a costrutti sociali. Si tratta principalmente di pazienti in sovrappeso.

A livello sociale, è facile sentirsi inadeguati, brutti, poco interessanti per gli altri .Il pensiero costante diventa il riuscire a dimagrire, lottando contro l’ impotenza e la dipendenza dalle sensazioni piacevoli che il cibo rilascia e che a volte si percepiscono più forti del senso di colpa. E allora si ha la spinta a tentare diete alimentari restrittive che danno subito, stranamente,  buoni risultati e restituiscono in breve tempo il controllo sulla propria vita (e girovita). Scompaiono pian piano alcuni sentimenti negativi, l’autostima migliora, si diventa più forti ed attraenti ed il mondo intorno sembra sempre più meraviglioso. Da “magri”, è possibile concedersi qualche piccola gratificazione in più.. magari una volta o due a settimana perché qualcuno in un tempo lontano aveva detto “sgarrare attiva il metabolismo, perché non farlo? “ Le restrizioni giocano un ruolo centrale nello sviluppo dei disturbi alimentari che molto spesso hanno origine in conseguenza ad una dieta ipocalorica “fai da te”. Episodi di Binge Eating si verificano molto frequentemente nei periodi di violazione dalla dieta restrittiva poiché si ha la convinzione di aver accumulato un bonus di calorie da poter spendere durante la “pausa”. È ovvio sottolineare a questo punto come la scelta di aderire a regimi alimentari restrittivi senza il controllo di un esperto nutrizionista, rappresenti un comprovato fattore di rischio per lo sviluppo di una patologia della sfera alimentare.

I disturbi del comportamento alimentare possono presentarsi durante ogni fase di vita, ma compaiono con maggiore frequenza durante l’adolescenza o la prima età adulta.  La scelta emotiva di aderire a regimi alimentari ipocalorici, il digiuno per molte ore, la scarsa attività fisica sono condotte tipiche del periodo adolescenziale in cui gioca un ruolo centrale l’influenza sociale e culturale che spinge verso l’omologazione a modelli estetici prestabiliti ed il contesto dei pari. Anche il funzionamento familiare in cui si sviluppa un binge eating mostra caratteristiche comuni a più soggetti: la modalità comunicativa si presenta come poco affettuosa ed inefficace, si percepisce un’ impossibilità di espressione e condivisione di emozioni e pensieri in famiglia e un eccessivo controllo e coinvolgimento genitoriale, ostacolante la conquista dell’indipendenza e dell’indifferenziazione. Le dinamiche familiari instaurate nell’infanzia e rivissute in adolescenza, condizionano le relazioni interpersonali, lo sviluppo ed il mantenimento delle condotte alimentari.

Quando si provano sentimenti negativi, si percepisce un vuoto e si sente l’esigenza di colmarlo il più velocemente possibile nel modo più immediato di riempire buchi: mangiando. Esperienze singole e disparate di Binge Eating sono comuni e non configurano necessariamente la presenza di un disturbo alimentare.  Per imparare a controllare le abbuffate di emotività è necessario raggiungere una maggiore consapevolezza delle proprie azioni, osservando ed imparando a riconoscere le emozioni che accompagnano questi episodi: non sono altro che lo specchio del mondo interiore che ogni individuo porta dentro sè.

Dott. ssa Emanuela Gamba 
Riceve su appuntamento a Roma , (+39) 389 2404480 / emanuela.gamba@libero.it

 

Approfondimenti Bibliografici:

Laghi F. et al., “Time perspective and psychosocial positive functioning among Italian adolescents who binge eat and drink”, Journal of Adolescence, 2012

Laghi F. et al., “Funzionamento familiare e disturbi  del comportamento alimentare in adolescenza” , Counseling, 2012

Bastianelli A. et al., “Un modello di equazioni strutturali per lo studio dei fattori di rischio nel mantenimento del disturbo da alimentazione incontrollata”, Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, 2007

Ramacciotti C.E. et al., “Temperamento e carattere: profilo nella Bulimia Nervosa e nel  Disturbo da Alimentazione Incontrollata”, Psichiatria e Territorio, 2004

Cotrufo P.: “Il disturbo da alimentazione incontrollata: dati epidemiologici e caratterizzazione clinica”, Giornale Italiano di Psicopatologia, 2000

Massaro A., “L’anima del cibo” , Ed. Aracne, 2014

La Gelosia – Cosa rappresenta in Amore?

Non è facile affrontare il tema della gelosia nelle relazioni d’amore (come autori o come lettori), semplicemente perché rappresenta un insieme di idee ed emozioni familiari e, in un certo senso, spaventose. Nell’osservare una discussione amorosa fra due amici, è immediato riconoscere la gelosia come causa scatenante; possiamo facilmente etichettare l’altro come “geloso” e riderci su, ma quando siamo noi a farne esperienza e sono gli altri a farcelo notale, tendiamo a sminuire o negarne l’esistenza. La gelosia è riconosciuta socialmente ed erroneamente come un difetto del carattere e vissuta come una debolezza: rappresenta la fragilità umana del non bastare a se stessi, del dipendere da un oggetto esterno posseduto e amato, un oggetto che condiziona scelte e comportamenti al solo timore (reale o immaginario) di perderlo ed esserne costretti a fare a meno.

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La gelosia non è altro che un contenuto psichico che può essere sia elemento di normalità che di patologia a seconda di quanto ha il potere di condizionare idee e comportamenti: può determinare, ad esempio, solo uno stato emotivo, un’idea prevalente o essere un pensiero paranoico e delirante.

Gelosia è, dunque, in primis normalità. La totale assenza di gelosia nei rapporti amorosi rappresenta un processo di congelamento emozionale, una difficoltà relazionale, il frutto di un utilizzo massiccio di meccanismi, quali rimozione e negazione, consolidati in infanzia a difesa dell’io per sopperire verosimilmente all’inadeguatezza genitoriale. La gelosia è espressione sana dell’esistenza di un legame di attaccamento con il partner, possibile solo laddove ne sia stata già fatta esperienza in precedenza con le figure di accudimento primario.

Lo stesso Freud riconobbe la normalità nella gelosia, il suo aspetto sano. Teorizzò l’esistenza di tre forme, o meglio, tre livelli di gelosia distinti per intensità e per la modalità relazionale che veicolano.

  1. La Gelosia Normale (o Competitiva) si esperisce con stati di ansia ed angoscia per il timore di perdere la persona amata. I pensieri si concentrano su un vissuto di competizione con un rivale in amore che suscita alternativamente rabbia ed impotenza e sul dolore narcisistico del sentirsi inadeguati e responsabili della possibile perdita. Percepire sia l’altro che se stessi come responsabili, rende i pensieri di gelosia normali. È, di fatto, la forma più comune e comprensibile.

  2. La Gelosia Proiettata vede l’utilizzo di un meccanismo di difesa, quale la proiezione. Per Freud la proiezione rappresenta, sinteticamente, una difesa arcaica attraverso cui tendiamo a proiettare sull’altro nostri vissuti e sentimenti. Essi, depositati altrove, perdono pericolosità e diventano maggiormente accettabili. In questa forma di gelosia, ciò che viene proiettato sul partner è il proprio desiderio di infedeltà. Si ha paura di essere traditi perché si è traditori, o realmente o in fantasia. Le proprie spinte pulsionali verso un comportamento trasgressivo ed inaccettabile possono essere insopportabili. È , dunque, più semplice concentrarsi sull’idea prevalente che sia l’altro a tradire e contenere la propria angoscia di inadeguatezza.

  3. La Gelosia Delirante rappresenta una forma di paranoia. La gelosia nasce anche in questo caso da impulsi di infedeltà che devono essere rimossi poiché rivolti a soggetti dello stesso sesso. Il geloso delirante, infatti, proietta sul partner i propri desideri omosessuali inaccettabili a livello consapevole, che possono essere vissuti per mezzo della fantasia di gelosia ed essere anche appaganti. L’idea che la propria compagna (ad esempio) possa possedere un altro uomo significa poterlo possedere. È opportuno sottolineare come il desiderio di omosessualità descritto da Freud rappresenti, più che un impulso sessuale, un bisogno di sentirsi all’altezza di un soggetto del proprio sesso. Sono pensieri che hanno a che fare forse maggiormente con l’invidia e con carenze narcisistiche. Chi ha difficoltà a apprezzarsi ed amarsi, può essere attratto da persone che rappresentano ciò che vorrebbe essere; il pensiero automatico è “ne sono attratto io, deve esserne attratto sicuramente anche l’altro” E così un uomo che si sente poco realizzato potrà divenire geloso, sino all’ossessione, di un uomo in carriera che sua moglie conosce. 

Quest’ultimo rappresenta il livello maggiormente patologico che ad oggi caratterizza i vissuti psicotici e viene classificato come “delirio di gelosia”. Il geloso delirante percepisce il dubbio di un tradimento come una certezza poiché la certezza è più tollerabile. La reale infedeltà del partner non è la determinante della gelosia che, invece, è  legata alla scoperta dell’inaffidabilità di esso: l’oggetto d’amore diviene inaffidabile perché, distinto dal sé, possiede idee e desideri propri. La gelosia rappresenta in questo caso una violenta forma di controllo delle parti dell’altro che si differenziano dal sé con lo scopo di potere rincorporare le parti buone e percepirle come proprie.

Il pensiero paranoico di essere tradito può spingere il geloso delirante a mettere in atto comportamenti delittuosi, come perseguitare o aggredire il partner e i presunti amanti, sino ad uccidere. Attraverso un delitto, definito “emotivo” o “passionale”, il geloso genera morte che rappresenta la forma estrema di controllo.

È importante concludere con una riflessione sulla pericolosità di alcuni segnali da non sottovalutare poiché nascondono violenza mascherata da amore. La gelosia può assumere più forme e purtroppo, anche quella maggiormente patologica, è vissuta socialmente come plausibile e diviene, a livello inconscio, anche comprensibile, poiché rappresenta l’esasperazione di un sentimento di base da tutti esperito e conosciuto. L’impatto emotivo di un sentimento così potente e comune, ci spinge sino a giustificare o sminuire un’azione deviante laddove la gelosia ne rappresenti il movente.  Nella mente l’equazione “gelosia=amore”, per il nostro vissuto irrazionale di innamoramento, è troppo forte, a volte, da poterla scardinare e vederne l’aspetto patologico; ciò rappresenta un potente fattore di rischio per le vittime di violenza.

La gelosia può essere dunque costruttiva, quando nella dimensione della normalità viene presa con ironia e funge da collante ed espressione del sentimento di amore. Ma anche distruttiva, quando è ossessiva e ipoteticamente mortale. Con l’informazione e la formazione si è riusciti, negli anni, a porre l’accento sulla distruttività della gelosia ed aiutare molte persone (soprattutto donne) a decodificarla. Il percorso è ancora lungo e faticoso, ma possibile. Nell’educazione è importante lavorare attraverso il rinforzo delle componenti positive della gelosia per riconoscerla anche nel suo aspetto sano.

È  costruttiva, dunque, solo se si allea con la fiducia nella coppia, permettendo di vivere il giusto equilibrio fra libertà, complicità e amore.

 Dott.ssa Emanuela Gamba

Riceve su appuntamento a Roma, (+39) 389 2404480 / emanuela.gamba@libero.it

Per Approfondire

Freud S, “Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità”. Ed Bollati Boringhieri, 2013

Pasini W., “Gelosia, l’altra faccia dell’amore”, Ed Mondadori, 2013

Shakespeare W, “Otello”, Ed Oscar Mondadori, 2002

Storie d’amore impossibili – Come uscirne?

Gli amori impossibili sono amori rari, imperfetti, tormentati, struggenti, passionali, folli.

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Sono amori indimenticabili fatti di sentimenti ambivalenti; crescono e diventano colmanti in un alternarsi di scariche di adrenalina e sofferenze. Anche chi non li ha vissuti, conosce i sentimenti che accompagnano l’esperienza di un amore impossibile: sa riconoscere l’ingiustizia come conseguenza di una scelta altrui (dell’amante o del contesto), identificarsi nella sofferenza di non poter vivere un sentimento forte e devastante e sperimentare l’illusione  di “ciò che poteva essere, ma non è stato”. In un amore impossibile possiamo sentirci vivi come mai prima e contemporaneamente fare i conti con una sempre lontana felicità,  sperimentando la sofferenza dell’irraggiungibilità di un amore sicuro

Ma essere felici è davvero l’obiettivo di ogni esistenza?

Soffrire è paradossalmente molto più semplice di essere felice. La precarietà di un amore impossibile permette di soffrire in eterno e sottrarsi alla fatica di dover lottare per raggiungere una dimensione di serenità. Chi si rifugia in amori impossibili si crea inconsapevolmente alibi per non vivere la bellezza e la reciprocità di una relazione d’amore, mettendo in atto un automatico meccanismo inconscio di coazione a ripetere di comportamenti disfunzionali che attivano sentimenti di inadeguatezza ed esperienze frustranti di fallimento. Gli amori impossibili sono tentativi di mantenere una distanza in amore, di non sentirsi invasi nella propria intimità,  di rifulgere le dipendenze affettive e recriminare al mondo di essere senza catene. Tutti, invece, abbiamo catene solide che ci ancorano ad una dimensione-altra del nostro passato. Chi sceglie amori impossibili è ignaro di essere imprigionato in uno spazio che appartiene probabilmente più al passato che al presente. 

Nasciamo con il bisogno innato di amare ed essere amati.Durante lo sviluppo, influenzati dal legame di attaccamento primario, ci creiamo un nostro, unico ideale di amore. Un’idea di amore fatta su misura da noi per noi. Su quell’ideale strutturiamo aspettative ed investiamo speranze sul futuro. È possibile cadere nell’errore di considerare il nostro ideale come una matematica conseguenza di un elemento stabile della nostra personalità. Abbiamo, invece, il difficile compito evolutivo di mettere in discussione costantemente le nostre aspettative, di adattarle alle nostre emozioni e alle opportunità che il contesto ci offre e poter interrompere un meccanismo di coazione a ripetere disfunzionale, come quello degli amori impossibili. Mettersi in discussione significa fare una scelta diversa, significa cambiare prospettive e strumenti.   Il cambiamento spaventa perché ci mette nella condizione di poter sbagliare, di andare incontro all’ignoto, ad emozioni non ancora elaborate,  ma non farlo ci condanna alla ripetizione di abitudini patologiche e all’infelicità. 

In amore tendiamo ad innamorarci delle attenzioni che il nostro partner ci concede colmando le nostre carenze emotive. Le attenzioni inaspettate e mai scontate degli amori impossibili fanno sentire di essere semplicemente  amati e meritevoli di esserlo. Piccole premure possono migliorare, dunque, la nostra autostima ed alimentare  il “sano” narcisismo che abita in ognuno di noi, tanto da permetterci di essere e sentirci degni di ricevere affetto. Le attenzioni in questo tipo di relazioni, però, non sono mai abbastanza e si alternano sempre con le assenze.  Le assenze contribuiscono a creare l’immagine di un amore impossibile e inappagante, ma alimentano il fascino del proibito e dell’irraggiungibile. Raggiungere l’irraggiungibile è un obiettivo sempre stimolante ed è una tendenza tipica della fase di innamoramento, quando nell’altro si riconoscono solo caratteristiche positive ed esclusive.

 Un accenno veloce ai concetti di innamoramento e di  amore. L’innamoramento è la fase iniziale di ogni relazione amorosa ricca di passione, attrazione, fusione, aspettative ed investimenti, in cui si ama su un piano ideale e non reale. Ci si innamora della  propria  idea di amore, di un ideale che appartiene quasi esclusivamente a noi. In questa fase maniacale ed immatura, tendiamo ad idealizzare il nostro partner riconoscendo in lui perlopiù qualità che corrispondono a nostre speranze e aspettative, senza interrogarci se è realmente adatto a noi; tendiamo, dunque, a “vedere” il suo “io” solo in parte. Siamo in grado di integrare le due dimensioni dell’altro (ideale e reale) in un’unica immagine soltanto in una fase successiva, quando sperimentiamo la reciprocità del rapporto, dirigendoci  verso il consolidamento del sentimento di amore. 

Gli amori impossibili rappresentano una dimensione cronica e persistente della fase di innamoramento; un processo amoroso che non fa i conti con la realtà rimane in un’altra dimensione dove non c’è fine e non c’è inizio, dove non c’è cambiamento. Sono amori eterni su un piano ideale ed immaginario. Ognuno di noi è in grado di custodire per anni sentimenti legati ad un amore impossibile. Scegliamo di vivere nel ricordo di un amore irraggiungibile, eterno ed immaginario per allontanare la nostra mente dall’esistenza di una realtà troppo distante dai nostri desideri inappagabili. Gli amori impossibili non sono altro che castelli in aria costruiti su nuvole di illusioni e fantasia, in parte funzionali ad una forma di  appagamento, seppur fittizio. La vita può costringerci ad un’analisi accurata e razionale dei nostri sentimenti (può anche non succedere mai) attraverso cui è facile  comprendere come amore “impossibile” significhi semplicemente “non adatto a noi”. Sono un rifugio immaturo che negli anni conserva il suo libero accesso. Sono la scelta di chi sente il bisogno di essere amato, ma ha paura di esserlo realmente. Sono la decisione di chi non è in grado di scegliere il proprio benessere, di chi ripete errori all’infinito per sperimentare il fallimento, non essendo pronto al successo ed alla serenità.  Il ripetersi dei fallimenti si struttura come una costante conferma di un’ inadeguatezza personale e contribuisce a mantenere uno status di sicura infelicità in cui è possibile solo sopravvivere e non vivere. La ripetizione di comportamenti e scelte infelici, è un processo inconscio di cui il soggetto non è consapevole, ma ne è responsabile molto più di quanto crede lo siano cause esterne (siano esse persone, oggetti o eventi).

Chi ha la tendenza a cadere in amori impossibili non è solito attribuirsene la responsabilità: parla di se soventemente come vittima di decisioni e voleri altrui o del destino, utilizzando frasi come “Capitano tutti a me!”. Scardinare un meccanismo così complesso caratterizzato da rigide difese ed un locus of control esterno, è molto faticoso. In un processo di sostegno psicologico, è importante aiutare chi si rifugia in amori impossibili a riconoscere la sua volontà inconscia di mantenere un’omeostasi patologica della relazione e di negare i propri desideri. È importante ascoltare i suoi bisogni ed orientare l’azione in virtù di essi, rinforzando un impegno attivo. Maturare, in questo senso, significa mettersi in discussione, cambiare per potersi concedere la possibilità di incontrare amori maturi, di vivere amori possibili.

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Approfondimenti Bibliografici

Simonelli C.  “Psicologia dello sviluppo sessuale ed affettivo” Ed. Carocci, 2012

 Slepoj V. “La psicologia dell’amore” dal capitolo “Le non scelte di Sara”, Ed. Mondadori, 2015

Tommasella S. “L’ amore non è mai per caso.” Ed. Apogeo, 2014