Elogio del Fallimento – Disilludere quelle aspettative onnipotenti dentro di noi

 

Da bambini pensiamo di essere invincibili. Da grandi sogniamo di tornare bambini per sentirci nuovamente invincibili. Da bambini viviamo nei cartoni animati o insieme ai nostri giocattoli avventure da supereroi. Da grandi bramiamo le uscite al cinema per rivivere avventure da supereroi.

Marvel, DC e simili infestano costantemente le sale cinematografiche con nuovi film, nuove saghe che hanno come protagonisti i superpoteri di uomini, alieni o esseri invincibili. Sono film che hanno un successo incredibile perché permettono al nostro “io”, attraverso un processo inconsapevole di identificazione con i personaggi, di regredire ad uno stato bambino di onnipotenza.

È vero: anche i Supereroi hanno dei punti deboli, pensiamo a Superman e alla sua Criptonite, ma sono dei limiti che non conducono mai realmente alla sconfitta. Fanno cadere, ma è la grandiosità del supereroe a permettergli di rialzarsi e  rivendicare sempre la sua invincibilità.

Nei film, a confrontarsi costantemente con i propri limiti e con traumatici fallimenti sono le figure di contorno al supereroe; sono i personaggi come Robin. La canzone“Nessuno vuole essere Robin” di Cesare Cremonini affronta proprio il tema del rifiuto sociale di fare i conti con i propri limiti.

Nella modernità, tutti sogniamo una vita da Batman.  Tutti sogniamo di riuscire a superare i nostri limiti e le nostre sofferenze, di combattere i “crimini” della nostra vita ed averne sempre la meglio, di riuscire ad annullare, sovrastare, smettere di sentire il nostro dolore. Sogniamo di sentirci sempre vincenti, senza accorgerci di quanto siano illusorie le fantasie di sovraumanità.

Al contempo, un umano e perdente Robin ci genera un sentimento di tenerezza o di fastidido, non di certo di ammirazione; non di certo di desiderio.

Batman-e-Robin

 

Eppure, c’è  qualcosa di molto magico in Robin che in superficie sfugge ai più. Robin sa perdere.

È solo la spalla di un vincente. Arriva sempre secondo e gli va bene così. In ogni avventura sa che probabilmente cadrà e che dovrà rialzarsi. Non ha vergogna a riprovarci, a rimettersi in gioco. Non ha paura di chiedere aiuto per rialzarsi, anzi sa chiedere aiuto. Non è invincibile e ne appare consapevole e sereno. Il suo personaggio è, dunque, un elogio dei limiti e del fallimento come elemento formativo di crescita.

 

“Il nostro, è il tempo dei corpi e dei pensieri costantemente in gara”. 

(Massimo Recalcati)

Nei  tempi moderni si allontana socialmente l’esperienza della sconfitta. Si vive nell’angoscia di dover costantemente dimostrare a sè e agli altri di essere un determinato Batman, negando quella parte interiore da Robin.

Il fallimento ha, infatti,  assunto il valore di un tabù e rappresenta un’esperienza da evitare a tutti i costi. In una dimensione di costante competizione che segue un nuovo principio, al di là del piacere e della realtà, che viene definito “principio di prestazione”, si fa di tutto per mostrare solo la propria identità da vincenti.

Aleggia  socialmente un visione alterata del valore del limite.

La funzione paterna, non esclusivamente delegata al padre (secondo Lacan “qualunque cosa” può porre in esercizio la funzione paterna) ha a che vedere con il concetto di limite.

Il compito del paterno è sempre duplice: introdurre i “no!”, le regole, delineando gli errori e le possibilità di fallimento e, al tempo stesso, insegnare (attraverso un buon esempio, più che con le parole) ad accrescere il proprio desiderio di vivere.

I genitori della modernità, però, sperimentano l’angoscia dilagante di non essere amati dai propri figli e, accecati da tale angoscia, perdono di vista la stella delle proprie funzioni. Per essere riconosciuti meritevoli di amore, si mostrano estremamente accoglienti, molto inclini a dire “sì!”, arrivando a delegare le proprie responsabilità educative. Spesso nella crescita si sostituiscono ai propri figli, rimuovendo gli ostacoli senza offrirgli il giusto tempo per farne esperienza da soli; l’intento è sempre ridurne la frustrazione e sentirsi genitori più buoni e più amabili. È socialmente condiviso, inoltre, il desiderio di vedere i propri figli senza difetti: i genitori si impegnano per disegnare un futuro perfetto, intriso di aspettative elevate e di investimenti narcisistici sui figli; si costruiscono idee di figli ideali con vite ideali e gli insuccessi vengono sempre meno previsti e tollerati.

Oggigiorno vi è un rifiuto sociale condiviso di misurarsi con i limiti. Il “sì!” genitoriale perpetuo, come l’evitamento delle “cadute” nello sviluppo possono condurre l’adolescente e il futuro adulto,  verso il perverso diniego dei propri limiti, dunque verso un’immagine grandiosa di sé che, prima o poi, nel corso della vita si scontrerà brutalmente con la realtà del fallimento.

Un compito che abbiamo (tutti, in primis le professioni d’aiuto) è proprio scardinare il tabù sul fallimento, elogiando l’opportunità delle sconfitte. Chi fallisce, sin da piccolo impara che può rompersi e riaggiustarsi: più sarà abituato a cadere, meno profonda sarà la ferita generata dai fallimenti futuri. L’esperienza del fallimento è, dunque, una conquista perché allontana le aspettative del bambino interiore onnipotente e permette di fare i conti con il senso di una vita terrena, non sovrumana.

Ogni fallimento porta con sé un dolore, da questo si rifugge. Un senso di profonda tristezza, un senso di ingiustizia, rabbia, disgusto, ansia… sono sensazioni necessarie per riuscire a rinunciare alle fantasie infantili di invincibilità e crescere.  Non c’è crescita senza l’incontro e lo scontro con il proprio limite.

Ci scontriamo con un rifiuto dei propri limiti e della propria “fallibilità” quando incontriamo persone che soffrono di depressione ad un livello nevrotico. Chi è depresso si preserva dall’incontro con l’insuccesso, si ritira nel suo dolore per evitare di fare esperienza di vissuti intollerabili, presumibilmente già sperimentati, o ricorre ad una maniacalità difensiva attraverso la ricerca di esperienze estreme, ad alto impatto emotivo. Il vissuto depressivo porta, dunque, con sé il rifiuto nei confronti dei propri limiti.

In un’ottica di cura, è necessario fallire, fare esperienza dei propri limiti, riconoscerli, elogiarli e accettarli perchè la “sopravvivenza psichica” avviene solo quando si ammette il rischio di poter fallire. Quando si riconosce la bellezza di essere Robin. 

 

 

Dott. ssa Emanuela Gamba

Riceve su appuntamento a Roma e Formia (LT) – (+39) 389 2404480 emanuela.gamba@libero.it

 

 

Per Approfondire

Recalcati. M. “Elogio del fallimento – Conversazioni su anoressie e disagio della giovinezza”. Edizioni Erickson

Lualdi M. “L’importanza di essere secondi. Storie di eroismi e non solo. ” Nomos Edizioni

“Nessuno Vuole essere Robin”, canzone di C. Cremonini del 2018

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Hate Speech Online- Gli effetti dei sentimenti di odio nel mondo virtuale

 

L’avvento di internet e dei social media ha portato diversi cambiamenti nella nostra società.

Negli ultimi venti anni sono notevolmente aumentate la diffusione, la condivisione di conoscenze e le occasioni per noi di sperimentare il nostro diritto alla libertà di espressione. I social network, in particolar modo, rappresentano una grande opportunità di comunicazione ad ampio raggio: permettono di esprimere opinioni, sperimentare nuovi comportamenti, mostrare parti di sé, passioni e pensieri velocemente e a molte persone contemporaneamente.

La riflessione che nasce è che le identità individuali e la coscienza pubblica nel mondo di oggi non vengano modellate solo in famiglia, a scuola, a lavoro, nelle strade o nei parchi pubblici, ma prendano forma, in grande misura, nella dimensione on-line. Acquistano, così, un valore elevato tutti i contenuti presenti nel cyberspazio per l’effetto che potenzialmente hanno sul nostro vivere.

Il fenomeno dell’odio online è caratterizzato dalla presenza crescente di messaggi di odio, razzismo, ideologie sessiste e violente sui social network.  La proliferazione e la fruibilità di tali contenuti è determinata dalla velocità, dal globalismo e dall’anonimato che lo strumento-internet riserva.

Per affrontare questo problema, società come Facebook, Microsoft e YouTube hanno concordato con l’Unione Europea delle strategie per combatterli, stilando un Codice di Condotta per la regolamentazione dell’odio razziale online che preveda la segnalazione e l’eventuale rimozione del contenuto d’odio. La questione della regolamentazione sull’odio online è solitamente presentata come un tentativo di trovare un equilibrio tra il diritto di parola ed altri altrettanto importanti diritti umani.

Sicuramente è necessario garantire la libertà di espressione e di informazione, ma la comunicazione su internet non dovrebbe mai pregiudicare la dignità umana e le libertà degli altri. Dunque, abbiamo il dovere di riflettere sull’informazione che stiamo diffondendo ogni qual volta decidiamo di pigiare sui tasti “condividi”  o “pubblica”.

 

Social Media Fosters Insecurity image

 

L’Odio Online è un problema complesso e multidimensionale.

La definizione più ampia del fenomeno riguarda ogni forma di espressione, condivisa nel cyberspazio, che presenti pregiudizi su sesso, razza, etnia, nazionalità, religione, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Bersaglio del pregiudizio sono anche le condizioni economiche della vittima: pensiamo ai VIP e ai giornalisti, categorie notevolmente prese di mira dagli Haters a causa dell’equivalenza ricco=fortunato=superficiale=diverso.

I discorsi d’odio sono sempre, dunque,  l’espressione di un pregiudizio culturale, sociale e/o religioso avanzato da un individuo come riflesso della paura della perdita di appartenenza ad un gruppo, al suo gruppo ( di bianchi,  di uomini, di sani, di eterosessuali…).

Secondo la teoria del capro espiatorio di Girard, un gruppo sociale è coeso e forte quando trova un bersaglio comune da attaccare, dunque quando identifica una categoria di persone, situazioni, cose (…) come “il male” e si pone l’obiettivo di annientarla o relegarla per sopravvivere. In quella lotta comune, l’appartenenza a un gruppo plasma l’ identità dell’individuo e gli fornisce una ragione di esistere. È esattamente ciò che avviene oggigiorno nella nostra società reale e nello specchio virtuale di essa.

I commenti d’odio sono una rappresentazione di questa dinamica arcaica in cui è l’individuo singolo che agisce, attaccando un capro espiatorio e aderendo alla lotta del gruppo da cui vuole essere desiderato: nella paura irrazionale e inconsapevole di perdere parti di sé, colpisce l’altro e si protegge dal pericolo, mantenendo al sicuro la sua identità  e il suo gruppo.

La desiderabilità sociale influenza le scelte del singolo nel mondo online e prende forma nel forte desiderio si ricevere delle conferme virtuali al proprio modo di pensare, i così detti “like”.

Il profilo psicologico e sociale di un haters prevede una bassa scolarità, un quoziente intellettivo medio-basso, tratti di personalità di livello borderline e un attaccamento insicuro. L’emozione che accompagna l’odiatore è la paura e il suo meccanismo di difesa preferenziale è la proiezione; presenta, infatti, difficoltà ad entrare in contatto con suoi sentimenti aggressivi e invidiosi e ad accettarli come parti di sé.

Le vittime sperimentano rabbia, tristezza, dolore, angoscia, umiliazione, isolamento, paura, finanche depressione e idee di suicidio; si sentono private delle loro libertà e vittime della distruzione mediatica di parti identitarie di sé.  Sui Social Network i discorsi d’odio sono rivolti prevalentemente a soggetti di sesso femminile e rappresentano una forma subdola di violenza psicologica. Le molestie online rivolte al femminile si presentano particolarmente insidiose e qualitativamente peggiori rispetto a quelle subite da uomini e generano nelle donne un maggiore disagio emotivo.

La misoginia rappresenta un problema concreto nel mondo online e soventemente si presenta sotto forma di una doppia discriminazione, accompagnata da altro pregiudizio (sulla razza, religione, orientamento sessuale…).

Abbiamo recentemente assistito alle vicende di Chiara Bordi, la partecipante a Miss Italia 2018 attaccata, denigrata, distrutta, odiata sui social network perché donna e perché disabile – portatrice di una protesi alla gamba. Un fenomeno di doppia discriminazione che ha smosso l’opinione pubblica a difesa di una ragazza appena maggiorenne colpita da un’onda d’odio di dimensioni super. Per Chiara sono stati inviati moltissimi commenti in risposta ai messaggi d’odio, ovvero quelle espressioni di non-odio definite contro-narrazioni.

Le contro-narrazioni sono messaggi che hanno il potere di affrontare e attaccare l’odio online senza limitare la libertà di espressione degli utenti e fornendo un punto di vista diverso alla massa di odiatori. Sono risposte all’odio inviate da altri utenti che solitamente ricevono più “like” dei discorsi di odio; per questo sono considerate strategie efficaci per la lotta contro l’odio online.

Un altro movimento importante è diffondere la cultura che “virtuale” non significa “non reale”. Nella dimensione online, la possibilità di anonimato e la percezione di non essere nel mondo vero contribuiscono alla nascita e allo sviluppo dei discorsi d’odio: gli utenti si sentono maggiormente liberi di esprimere la propria opinione, non avendo consapevolezza a pieno della negatività e del valore del proprio messaggio. Ma ciò che accade online non rimane solo online: chi entra in contatto attivamente con atteggiamenti e discorsi d’odio nel cyberspazio, con più facilità li ripropone nel mondo offline; anche le vittime si trovano a rivivere le emozioni di disagio sollecitate dagli attacchi online nella vita di tutti i giorni, un condizionamento non poco significativo.

La mia parola d’ordine affinché ognuno porti avanti la sua personale lotta contro l’odio online è “PENSARE”.

Ogni qual volta ci parte il giudizio facile, ogni qual volta scegliamo di aderire a degli stereotipi perché ciò che conosciamo ci fa meno paura, ogni qual volta siamo spinti a sfogare le nostre frustrazioni all’esterno, ogni qual volta pensiamo che la nostra azione non abbia una grande conseguenza abbiamo il dovere di fermarci a pensare.

Pensare a quelle aree di fragilità presenti in ognuno di noi, nell’altro ed anche in noi, sentirle e fare pace con esse.

Pensare al peso delle parole, al potere reale che hanno anche all’interno di un contenitore online; non possiamo permetterci di essere superficiali quando abbiamo nelle mani il potere di generare emozioni.

Pensare che l’impulso all’odio appartiene in primis a noi.

Pensare alla nostra identità, ai nostri bisogni, ai nostri desideri, spostando il focus su di noi, anche se è doloroso, anche se è più faticoso.

Pensare. Dobbiamo pensare -forse- solo un po’ di più.

 

Dott.ssa Emanuela Gamba

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389/2404480 – emanuela.gamba@libero.it

 

Per Approfondire

Naganna C, Sreejith A., (2018) Hate speech review in the context of online social networks. Aggression and Violent Behavior.

Binny M, Hardik T., Subham R., Prajwal S., Suman K. M., Pawan G. and Animesh M., (2018) Thou shalt not hate: Countering Online Hate Speech .

Costello M., Hawdon J., Ratliff T.N., (2017) Confronting Online Extremism:The Effect of Self-Help, Collective Efficacy, and Guardianship on Being a Target for Hate Speech. Social Science Computer Review

Ziccardi G. (2016) “L’odio Online”. Ed Raffaello Cortina Editore

Black Mirror,  Episodio 6/stagione 3 dal titolo “Odio universale” – Serie Tv di James Hawes.

Il Cibo e il Natale – Combattere il “Senso di Colpa Alimentare”

Natale: momento unico di celebrazione in cui coccolarsi con la vicinanza della famiglia e le grandi preparazioni culinarie. È tempo di affetto, di regali e trasgressioni alimentari.

Il cibo assume un ruolo centrale nella nostra tradizione tanto che, durante le feste, le nostre tavole vengono imbandite di prelibatezze anche molto caloriche alle quali è impossibile- oserei dire “per tradizione”- sottrarsi. Cosa ci spinge a mangiare fin oltre la fame, il benessere del nostro intestino, bypassando quella fastidiosa sensazione di pienezza?

Episodi di binge eatingovvero di abbuffate alimentari, divengono una trasgressione giustificata da un fenomeno culturale che coinvolge dal nord al sud la nostra penisola e che è possibile osservare sui social, ad oggi pieni di foto di portate megagalattiche di cibo e facce esauste.

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“A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai” canticchiava una famosa pubblicità, ricordandoci come la tradizione culturale ci abiliti alla trasgressione alimentare. Le abbuffate, seppur socialmente accettabili, possono non essere scevre dalle conseguenze emotive che le accompagnano, principalmente sensi di colpa e vergogna. La trasgressione alimentare, infatti, può essere conseguentemente vissuta come un grande errore innescando in primis il processo psicologico del senso di colpa: la coscienza punisce per aver ceduto alla pulsione di trasgredire il proprio codice alimentare, mangiare e ingerire quantità elevate di calorie.

Il senso di colpa viene definito, in questo caso, “alimentare” perché percepito in seguito a condotte alimentari etichettate come pericolose per il proprio benessere e la propria forma fisica. Esso genera, però, un vissuto di fallimento che può facilmente allargarsi ad ogni aspetto della propria personalità determinando una sensazione generica di frustrazione ed inadeguatezza. Frasi come“Non avrei dovuto mangiare tutti quei dolci, sono un buono a nulla/non valgo niente/mi merito di essere in sovrappeso” sfiorano la mente di molti in seguito alle abbuffate natalizie e condizionano notevolmente l’umore in quei giorni, soprattutto quando non possono essere esplicitate.

Spinti dal senso di colpa, complice il periodo dell’anno (ovvero la fase di conclusione, di transizione e cambiamento per eccellenza), programmiamo periodi di restrizione alimentare fatti di privazioni di gusto e di componenti nutritive, andando incontro al progetto di un pericoloso disequilibrio alimentare. Da gennaio in poi, creiamo con facilità “diete fai da te” attraverso cui abbiamo la sensazione di ristabilire un controllo sui nostri impulsi alimentari per mezzo delle limitazioni che ci imponiamo; consumiamo i pasti come se fosse un reato, evitando  di comprare o anche solo di guardare quei cibi che consideriamo calorici, concedendoci invece solo insalatone per riempire un vuoto interiore, purtroppo non solo fisico. Seguendo queste condotte alimentari è alto il rischio di non ingerire tutte le componenti nutritive necessarie al proprio benessere e anche di cadere in episodi di binge eating durante le “pause dalla dieta” quando un supplì diviene cinque supplì o un pezzo di torta, metà torta. Recenti studi psicologici dimostrano come le persone che si definiscono perennemente a dieta riportino maggiormente sintomi ansiosi e depressivi ed una più elevata tendenza al binge eating.

Si fa riferimento principalmente a quei vissuti di insoddisfazione e inadeguatezza che possono generare processi disfunzionali anche nell’alimentazione e che nascono dal desiderio intrinseco di raggiungere una forma fisica perfetta o, più precisamente, dal  bisogno intrinseco di essere e sentirsi perfetti.

È diffuso il desiderio di sentirsi all’altezza di quel che cultura e società impongono che ha origine dall’infanzia nel bisogno irrefrenabile di piacere agli altri. Le insicurezze patologiche spingono a dare importanza al giudizio esterno e affidare il proprio valore ad esso. Quando le disapprovazioni esterne rappresentano un profondo fallimento, si sceglie di adottare comportamenti maggiormente apprezzabili all’esterno, come il mantenere una forma fisica perfetta o dedicare agli altri attenzioni e cure eccessive, per ricevere dall’altro un’immagine di sé positiva, valida e ineguagliabile.

Il processo prevede un tentativo di costruzione di sicurezze ed autostima personale attraverso l’adesione alle scelte che si pensa possano essere le  più giuste socialmente. La ricerca di perfezione nasce, dunque, da una profonda insicurezza che si pensa di colmare attraverso tentativi di omologazione, mostrando sempre agli altri faticosamente la parte migliore di sé, negando le debolezze.

È qui che la psicoterapia può essere d’aiuto. Essa non è un viaggio verso la perfezione, al contrario, è un duro combattimento verso l’integrazione e l’accettazione delle nostre parti imperfette perché le imperfezioni sono la “normalità”. È un percorso per riuscire a dimostrare a se stessi di essere unici, validi anche con le proprie debolezze, per riconoscersi la possibilità di fallire, di non essere all’altezza in ogni situazione. Sapersi mettere in discussione, ma essere sicuri delle proprie scelte indipendentemente da ciò che accade intorno. Tutto ciò, soprattutto per alcune personalità “al limite”, rappresenta un’impresa, ma una grande conquista raggiungibile.

Semel in anno licet insanire” dicevano i latini, una volta l’anno è concesso fare pazzie. Accettando la possibilità di sbagliare abbandoniamo il desiderio di rincorrere standard estetici inarrivabili ed il bisogno di dimostrare agli altri di essere perfetti.  Proviamo, una volta all’anno oppure semplicemente ogni tanto, a scegliere di fare qualcosa solo perché ci fa stare bene, come mangiare quel dolce di troppo, senza accedere al senso di colpa.

Si perde la perfezione di un bicchiere di latte bianco con una sola goccia di caffè. Noi siamo quel bicchiere di latte: ciò che ci dà colore, aspetto e gusto è quella piccola imperfezione più di ogni altra cosa.

Non è una colpa, è senza dubbio un valore.

 

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Ogni giorno è Carnevale – Le Maschere e il Caos della vita quotidiana

Periodo più folle dell’anno, dove “ogni scherzo vale” ed è possibile essere e fare ciò che ci pare.  Il Carnevale è la rappresentazione di un mondo pazzo, senza regole, dove le certezze della vita, lasciano il posto alla confusione in ogni sua sfaccettatura.

Risultati immagini per carnevale quadroRicordo del carnevale di Venezia- Valerio Betta

Nato come espressione di un tentativo sociale di trasgressione di norme e di sovversione di ruoli sociali sovraimposti. Nella civiltà occidentale, le origini del Carnevale sono antiche e rintracciabili nei saturnali Romani, rituali pagani in cui, in un periodo limitato di tempo, non vi era l’obbligo di rispettare leggi e costumi sociali ed in cui le gerarchie erano capovolte (gli schiavi divenivano liberi ed acquisivano poteri). Il mondo, in quei giorni, girava al contrario. L’equilibrio sociale ed il perfetto ordine delle cose, tornava con la fine della festa che veniva scandita da sacrifici, nell’ottica rituale attraverso cui la morte conduce sempre ad una nuova rinascita.

Non è mia intenzione approfondire l’ampio aspetto antropologico legato alle ritualità del Carnevale: per ciò si rimanda a futura trattazione. Ho deciso, in questa sede, di soffermarmi sugli aspetti metaforici del Carnevale che offrono anche un’interessante chiave di lettura per riflettere sulla ritualità della vita.

Ad oggi, il Carnevale è una festa socialmente concessa soprattutto ai bambini, i quali possono accedere, senza timore, all’irrazionalità, allo stravolgimento di regole e confini ed entrare in contatto inconsapevolmente con propri desideri e paure mediante uno, più, mille travestimenti scelti (un bambino che si traveste da mostro, ad esempio, si sta identificando con le sue angosce ed al tempo stesso affrontando la parte più temuta di sé). Crescendo, si è sempre meno interessati a partecipare agli eventi carnevaleschi, archiviandoli come possibili e divertenti solo nell’epoca dei giochi. Ci riconosciamo da adulti sempre meno in grado di concederci “strappi alla regola”: nel bisogno di mantenere un controllo il più possibile razionale, ci neghiamo molte  regressioni al servizio dell’io che sono in realtà funzionali e necessarie al nostro benessere psichico.

Nella nostra quotidianità, però, affrontiamo molteplici “fasi carnevalesche”: l’alternarsi di periodi di confusione e di conquista di nuovi equilibri attraverso varie forme di sacrificio. Essendo animali sociali, siamo costretti per tutta la vita ad aderire a norme prestabilite che regolano e determinano le nostre relazioni ma, quando qualcosa ci destabilizza ed esse ci iniziano ad andare strette o ci deludono, ecco che il caos interiore ci sovrasta. Tutto diviene confuso. Tutto diviene crisi. Perdiamo il contatto con le regole, non riconosciamo più cosa sia giusto e cosa sbagliato. La confusione interiore emerge, la mostriamo nei nostri comportamenti, nelle nostre evasioni dal “normale”, nei nostri eccessi, nelle nostre malinconie e agitazioni.

È proprio quando la nostra identità è in crisi e non sappiamo più quali maschere indossare e come farlo, che ha inizio il nostro cambiamento. Il passaggio, la crescita e la rinascita sotto nuova forma sono possibili solo riconoscendo l’esistenza del caos interiore, affrontandolo interrogandoci su chi siamo, oltre a chi voler essere.

Siamo ciò che mostriamo e ciò che non mostriamo. Tutti i giorni indossiamo maschere, in fondo. Sono le maschere del Carnevale della vita quotidiana, quelle parti di noi, o meglio, rappresentazioni di parti della nostra personalità che indossiamo davanti al mondo esterno. Sono riflessi di noi, che ci assomigliano solo in parte. Scudi, difese, ma anche  risorse poiché ci permettono di interagire e riconoscere parti simili a noi nell’altro, avvicinandoci ad esso. Sono degli strumenti, dunque, che possiamo utilizzare per arricchirci nell’incontro con l’altro e con se stessi.

Ci appelliamo alle nostre maschere soprattutto nei momenti di confusione, quando abbiamo bisogno di un contatto con la realtà, affidiamo a loro il compito di darci una forma specifica. Nel lungo processo di individuazione, volto alla conoscenza e alla scoperta di noi stessi, impariamo a riconoscerle ed averne consapevolezza, gestendole e mostrandole in base alle richieste esterne. Jung ne parla sotto l’archetipo di “Persona” che rappresenta l’insieme delle nostre maschere, ciò che mostriamo al mondo esterno,  il nostro “io” cosciente, dunque, ciò che siamo solo in parte. Ognuno ha la sua “Persona” che possiede sia caratteristiche uniche dell’individuo, che tratti appartenenti a tutta l’umanità. La “Persona” è solo una parte del nostro Sè, quella più visibile e certa, non rappresenta in toto il nostro Sé. Quando ci si identifica rigidamente con una maschera, un ruolo sociale, un’etichetta… si fa l’errore di nascondersi dietro la propria “Persona”. Si convince l’altro sino ad arrivare a convincere se stessi di essere solo ciò che si mostra di essere, di essere solo l’insieme delle proprie maschere, rimanendo ingabbiato in esse e bloccando o impedendo un “sano” percorso di scoperta di se stessi. La maschera, in questi casi, può rappresentare una strategia conseguente ad una trauma infantile.  un meccanismo di difesa che spinge l’individuo a mostrare solo quella parte di sé ed a negarsi, di conseguenza, la possibilità di mettersi in “gioco” alla scoperta di un mondo interiore sconosciuto. Chi fugge dalle relazioni, ad esempio, può convincere gli altri, sino a convincere se stesso, che la fuga rappresenti un tratto fondante e immodificabile della sua personalità, quando è probabilmente espressione di un vissuto di rifiuto nel legame di accudimento primario.

Il Carnevale è un tempo di confine; fra due stagioni, ad esempio: è possibile accedere alla serenità della primavera, solo dopo aver vissuto giorni freddi d’inverno ed essere passati attraverso la confusione. La ritualità del Carnevale ci mostra come nella vita si alternino sempre fasi di disequilibrio ed equilibro, di quiete e di tempesta, di divertimento e sacrificio, di rigidità e trasgressione. La circolarità è per noi un messaggio di speranza che suona come “tutto si risolverà”: ci saranno sempre nuovi inverni, nuovi periodi di caos e poi nuove primavere.

 

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Quando il Partner è Depresso – Amore e Sessualità

 

Noia. Senso di vuoto. Impotenza. Bassa autostima. Apatia. Rabbia. Tristezza..

Sono solo alcuni, i più diffusi, vissuti associati alla depressione.

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Qualche volta ci capita di sperimentarli sulla nostra pelle, conosciamo questi sentimenti ed anche quando siamo sereni, può capitare, leggendo i loro nomi, di sentirli vivi dentro di noi. La depressione è infatti un’esperienza molto più “nostra” e comune di quanto immaginiamo .

Secondo Melanie Klein, ogni individuo entra in contatto con le seguenti sensazioni nel momento di separazione primaria con la madre (“posizione depressiva normale”). Nel primo anno di vita, infatti, il bambino per la prima volta fa esperienza di quel sentimento di vulnerabilità, impotenza e tristezza che caratterizza la depressione in ogni fase di vita. È posto di fronte al dilemma di non poter bastare a se stesso, di essere dipendente da un oggetto esterno, come la mamma che ha un compito centrale nel superamento della posizione depressiva del figlio: le sue cure e la sua presenza permetteranno al bambino di accettare e interiorizzare la coesistenza di un proprio lato aggressivo con un altro degno di amore.

Dalla relazione primaria alle altre relazioni significative di amore.

Il bambino ormai adulto fissato o regredito in una posizione depressiva, tenderà a cercare nel partner ciò che non ha potuto sperimentare nella relazione di accudimento primario: vedersi negli occhi dell’altro come una persona buona. In quest’ottica, dire “ho bisogno di te”, significa dire “ho bisogno del tuo amore perché mi fa sentire bello, buono, migliore e mi fa scoprire dei lati del mio carattere che non pensavo di avere perché nessuno mi ha permesso di vederli finora: mi fai sentire degno”.

Chi soffre di depressione ha un grande bisogno di essere gratificato e amato, poiché la sua autostima dipende da ciò che vede negli occhi del partner, ma contemporaneamente non è pronto all’amore essendo inconsapevolmente convinto di non meritarlo. Il vissuto inconscio della depressione è la perdita (reale o immaginaria) di un oggetto amato e il tentativo di investire il partner del compito di una madre si dimostrerà sempre un fallimento.

La depressione è l’uscita dal “mondo di chi merita amore”, e rappresenta una punizione che il soggetto si auto-infligge e che infligge all’altro in maniera inconsapevole, l’altro da cui si sente in un qualche modo abbandonato e non aiutato.

Il ritiro depressivo comporta la focalizzazione sul proprio stato umorale e il ritiro da ogni investimento pulsionale con la diminuzione di interesse verso il mondo esterno, le attività e le relazioni.

La depressione influisce nelle relazioni di coppia in maniera consistente. Il paziente depresso vive una relazione in cui non si sente capito, mentre sentimenti di impotenza logoranti insieme al desiderio di riuscire a guarire l’altro caratterizzano il vissuto del partner.

La vita di coppia subisce la caduta della spinta vitale nella sfera della sessualità.

Lo stato depressivo riduce l’interesse per il sesso, smorza il desiderio e il piacere sessuale. Maggiore è la gravità del disturbo depressivo, maggiori sono le conseguenze negative sulle funzioni sessuali. Il soggetto risulta disinteressato riportando difficoltà sessuali legate alla sfera del desiderio e dell’orgasmo, come ad esempio l’impotenza o l’eiaculazione precoce; di conseguenza tenderà ad inibire la libido. L’attività sessuale può anche essere ricercata in maniera compulsiva, o per mezzo di comportamenti promiscui e perversioni, con lo scopo di combattere, attraverso il piacere, le pulsioni autodistruttive che caratterizzano il vissuto depressivo, ricercando sensazioni sempre più intense per colmare il vissuto di vuoto. In entrambi i casi l’atto sessuale risulta perlopiù emotivamente poco coinvolgente e la soddisfazione scarsa.

L’effetto del sesso sulla depressione può accentuare il senso di inadeguatezza ed insoddisfazione, ma è importante accennare anche che può assumere una funzione riparatrice antidepressiva ed andare a contrastare le pulsioni autodistruttive tipiche del vissuto depressivo.

 In altra sede abbiamo associato la depressione alla crosta di una ferita interna, apparentemente superficiale quanto indelebile e persistente. Ponendo l’attenzione alle relazioni interpersonali, proviamo qui a descrivere la depressione associandola metaforicamente ad un’altra ferita: una spaccatura nel suolo da cui ha origine un vortice che ha il potere di inglobare dentro se il paziente ed ogni aspetto della sua vita.

In conclusione, quindi, la tutela dei singoli e del benessere di coppia rende auspicabile il progetto di una terapia che prenda in considerazione gli aspetti strettamente legati al vissuto depressivo, ma anche gli aspetti legati alle dinamiche di coppia ed alla sessualità.

   Dott.ssa Emanuela Gamba
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Per approfondire:

 Borst, U. “S.O.S. Depressione in famiglia. Vivere insieme a un partner depresso”, Ed. Apogeo, 2013

 Società italiana di Sessuologia Scientifica, “Rivista di sessuoligia clinica- 2004/2”, Ed. FrancoAngeli, 2004

 “Mr. Beaver” film di Jodie Foster del 2011

Imparare a dire “No!”- Ascoltarsi per farsi ascolare

È così semplice dire “No”?

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Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un video di un bambino mentre fa il bagnetto, che parla con il papà. Durante il gioco che accompagna un momento fondamentale nella giornata di un genitore e del suo piccolo, il padre intrattiene il figlio facendo domande a raffica. Il bambino ha solo qualche mese meno di un anno, ma sembra aver già appreso la differenza fra la comunicazione verbale e non verbale. Si guarda intorno con occhi illuminati e sorride; si percepisce che sa dire ancora poche parole per via della sua età ed, infatti, nel video ne pronuncia solo una, precisa e diretta: “No”…“No”…“No”… Ad ogni domanda, risponde con “No” divertito, euforico ed inappropriato. Sembra aspettare con impazienza la fine della domanda per essere libero di pronunciare quella parolina che ci fa sorridere per la sua inadeguatezza, perché siamo socialmente spinti ad associarla all’accezione negativa del rifiuto, ma che rappresenta una scelta comunicativa forse meno ingenua di quanto immaginiamo . Dice “No”  senza pensarci troppo, senza fatica.

Perché per noi non è mai così indolore dire “No”? dovremmo invidiare la sua leggerezza forse, ma credo sia più interessante ed utile prenderlo come spunto per riflettere sulla modalità che ognuno di noi ha di rispondere alle richieste esterne e di riconoscere i bisogni propri ed altrui.

Presupposto di questa riflessione è la condivisione sociale di una difficoltà. Per nessuno è immediato dire un “No” fermo e deciso, contraddire l’altro senza usare un atteggiamento aggressivo o senza sentirsi in colpa ed avere il timore di offenderlo.

Ogni individuo  propende, dunque, a seconda delle sue caratteristiche individuali, per uno dei due stili comunicativi seguenti:

  • Passivo: chi non ha ancora imparato a dire “No” ed asseconda ogni richiesta esterna. Agisce con l’intento di evitare conflitti sottomettendosi al volere altrui, anteponendo i bisogni degli altri ai propri e rinunciando a comunicare emozioni, sentimenti ed idee proprie. È un atteggiamento quasi del tutto inconsapevole e nasconde forti sentimenti di inadeguatezza e paura dell’abbandono. Sono persone che non esprimono la propria opinione quando è negativa per paura di ferire e sentirsi responsabili del malessere altrui; agiscono sempre secondo ciò che pensano possa essere socialmente accettabile: ogni scelta viene affrontata con l’intento di compiacere ed essere accettato. Non è possibile reggere per lungo tempo mettendosi in secondo piano: il soggetto riuscirà difficilmente a ricondurre l’insoddisfazione al suo atteggiamento masochistico e la convertirà frequentemente in sintomi psicosomatici.  

  • Aggressivo: chi dice troppi “No” con rabbia e ostilità, reagendo con aggressività alle richieste altrui. Sono persone che hanno la tendenza a sottovalutare il volere degli altri ed a ricercare una superiorità nell’interazione; amano i conflitti. La ricerca di potere nelle relazioni, sottende l’ansia di perdere l’altro: l’unico modo per mantenere con certezza l’oggetto del desiderio è dominarlo .

Si dice che la ragione stia nel mezzo: in un continuum immaginario troviamo a metà fra questi due stili comunicativi disfunzionali, l’assertività. Essere assertivi significa anche il saper usare le due posizioni anassertive in maniera flessibile e funzionale. Se ci trovassimo, ad esempio, in una situazione pericolosa, come un sequestro di persona, la risposta assertiva implicherebbe l’uso di una posizione passiva.

Le teorie psicologiche riconoscono l’assertività come una delle competenza maggiormente funzionali al benessere individuale e relazionale,  insita in ogni individuo ed incrementabile.  

L’assertività è la capacità di riconoscere e comunicare i proprio bisogni e sentimenti, di valutare quanto sia rispettoso verso se stessi assecondare le richieste esterne e sentirsi liberi di esprimere le proprie idee, nel rispetto degli altri, riconoscendone il valore anche quando rappresentano una voce fuori dal coro.

L’assertività non è una caratteristica di personalità o un tratto statico, ma più che altro un comportamento/ una modalità comunicativa che favorisce il confronto nel rispetto di opinioni contrastanti, aiuta a risparmiare energie psichiche e quindi abbassa i livelli di stress. Gli individui assertivi attivano comunicazioni funzionali, certamente influenzate dall’individualità, in specifici contesti relazionali ed ambientali, ma possono mettere in atto comportamenti disfunzionali (definiti anassertivi) quando contesto ed interazioni sociali cambiano, più precisamente quando le emozioni aumentano e sopraggiungono difficoltà nella loro regolazione. Più l’emozione è imprevista, più i pensieri negativi si attivano, più si perde il controllo su quel pizzico di razionalità che serve per attivare una comunicazione assertiva. Non è un dramma. Anzi. È importante ogni tanto concedersi questa possibilità ed accedere alla dimensione dell’imprevedibilità, dell’incontrollabile, perché è ciò che ci fa vivere nella bellezza della scoperta giorno per giorno di noi stessi e del mondo e che ci rende vivi. È importante in seguito soltanto, soffermarsi a riflettere, sul valore della nostra reazione.

Attivare una comunicazione assertiva è un regalo che si fa a se stessi e agli altri. Vuol dire sicuramente non rinunciare alle proprie idee, alle proprie emozioni, ai propri punti di vista e farli valere, ma significa anche rispetto verso l’altro. La possibilità di ricevere benefici da una comunicazione chiara, diretta, sincera è un’opportunità per riflettere su quanto sia  per tutti necessario ascoltarsi.  Ascoltarsi per apprezzarsi- apprezzarsi per imparare a comunicare correttamente, in modo chiaro ed efficace – comunicare per farsi conoscere … 

La comunicazione assertiva diviene efficace grazie alla centralità del sé: è possibile solo quando i bisogni altrui non vengono anteposti ai propri e quando si riconosce il proprio valore parimenti a quello degli altri. Per far ciò sono necessari buoni livelli di autostima (chi soffre di depressione tenderà ad essere passivo), un’immagine di sé adeguata, capacità di fare e ricevere complimenti e critiche e un goccio di umiltà. 

L’assertività è un trofeo raggiungibile da ognuno di noi: le strategie per vincere sono conoscere l’altro e, soprattutto, imparare a conoscere se stessi. Dialogare con sé è il primo modo di comunicare.

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Per approfondire:

 –Fromm E., “Assertività per esprimere se stessi, rimanendo se stessi nell’incontro con gli altri” dalla Rivista “Dalla parte dell’uomo”, Associazione Erich Fromm, 2013

 – Sellin R., “Le persone sensibili sanno dire no”, Ed. Feltrinelli, 2015

Cosa significa “crescere”?- Le spinte e le resistenze al cambiamento dei giovani adulti

“Sembrava una mattina come tante altre. Sveglia presto, caffè di corsa, vestirsi, lavarsi, provare a dare un senso ai capelli, un filo di trucco…per poi immergersi nel traffico mattutino della Capitale ed affrontare la solita routine noiosa, ma rassicurante. Quella mattina di autunno, assorta nei miei pensieri, ferma ad un semaforo, mi accorsi di un particolare che mi colpì senza capirne sul momento il senso: il mio sguardo si soffermò su una semplice foglia secca, una foglia ormai rigida e color marroncino che rotolava per la strada trasportata dal vento. Inerme, la foglia fece molti metri davanti a me sull’asfalto, come cullata dal soffio del vento, mentre io ero lì, ferma, bloccata a guardarla e ad aspettare il mio turno verde per passare. 

Nei giorni seguenti mi ritornò in mente più volte quell’immagine ed il suono del vento; ad accompagnare i miei ricordi, una forte sensazione di freddo. Mi chiesi come mai mi avesse colpito quella situazione così ordinaria e banale, vista altre mille volte,  ed avesse reso quella mattina diversa dalle altre mattine. Capii che quell’evento era la metafora perfetta della mia vita: in quel particolare momento di vita mi sentivo insicura, non sapevo se voler essere vento o foglia, trasportare o essere trasportata dagli eventi, impormi o essere inerme, fare o non fare, crescere o non crescere.  

E pensai al Peter Pan di Berrie che “finisce per rimanere imprigionato nell’abisso dell’uomo che non vuole diventare e del ragazzo che non può continuare  ad essere” perché anche io mi sentivo in quel limbo, ma finalmente riuscivo ad accorgermi di quanto fossi stufa di scegliere di non scegliere.”

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Nel sistema sociale occidentale, i 18 anni rappresentano l’inizio della vita adulta, anche se la piena maturità intellettuale si raggiunge intorno ai 20 anni e l’età è sempre più dipendente da componenti culturali e non biologiche. Con la maggiore età si può prendere la patente e la “maturità”: si è poco più che adolescenti e già ci si sente chiamare GRANDI. Nel primo periodo di vita adulta (dai 18 ai 40 anni circa) , l’uomo è ancorato alle sensazioni ed ai vissuti della sua infanzia e della sua adolescenza, ma comincia a porsi le prime domande sulle sue responsabilità e a ricercare il suo ruolo sociale.  Sarà solo nel passaggio tra i 20 ed i 30 anni che acquisirà  il modello di riferimento della propria identità di adulto. Questa fase rappresenta un periodo critico, per molti una seconda adolescenza: è quel momento in cui si sente la pressione di dover cambiare vita, ma allo stesso tempo ci si sente bloccati dalla paura del futuro, dalla paura della responsabilità di dovere essere “Vento”.  I giovani Peter Pan di oggi non hanno fretta di “fare i grandi” poiché sono bloccati, bloccati dalla paura di scegliere e bloccati dall’incertezza del futuro, dalle possibilità che il mondo di oggi non offre. Secondo Francesco Cataluccio, l’immaturità è il male del secolo: la cultura e il nostro tempo contribuiscono a far crescere adulti-non adulti, incapaci di affrontare la vita, le gioie e le preoccupazioni quotidiane. La società moderna della incertezze, infatti, allontana la mente dal fare programmi rendendo possibile solo il pensiero al presente.  Si sceglie così di prendere tempo e rifugiarsi in un posto sicuro: “l’isola che non c’è” dentro ognuno di noi, fatta di sogni, speranze e paure in cui è possibile vivere da foglie trasportate dal vento… e lasciare al vento la responsabilità di scegliere.

Teorizzata da Dan Kiley nel 1983, la  “Sindrome di Peter Pan” ad oggi non viene classificata come patologia da alcun manuale diagnostico, ma è ormai un termine di uso comune per indicare una difficoltà dello sviluppo. Rappresenta il vissuto di disagio di chi si rifiuta o è incapace di crescere e assumersi le responsabilità di ciò che è stato e di ciò che sarà: è il fallimento del processo di differenziazione o di individuazione. Kiley lo descrive come un blocco dello sviluppo emozionale del bambino che fa i conti con figure genitoriali spesso rigide e responsabilizzanti o inadeguate a livello affettivo.  Viene letto anche come un meccanismo di regressione e fissazione ad una fase precedente di vita in cui le responsabilità sono poche ed è possibile tenere i problemi lontani e non  accedere ad emozioni mature.

Pertanto è possibile indicare due parole per descrivere il disagio dei moderni Peter Pan: “infanzia e società”.

Il personaggio di Peter Pan viene associato nell’inconscio comune ad un vissuto negativo, di staticità e fallimento dell’identità. Ma proviamo a pensare anche a quel che rappresenta: Peter è un bambino e come tale racchiude dentro se la forza della fantasia e della curiosità. Questo ci ricorda come sia possibile conservare dentro i nostri animi di adulti in lotta con la società e la vita quotidiana, una piccola parte “bambina” che ci può spingere verso la scoperta di quel che c’è al di là del certo della nostra isola, e riscoprire quell’entusiasmo di vivere che spesso manca ai Peter Pan di oggi. La mia cura alla “patologia dei nostri tempi” è una  terapia alla curiosità che spinga a scegliere di volere e di volare.

Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. (Antoine de Saint-Exupéry)

Dott.ssa Emanuela Gamba

Riceve su appuntamento a Roma, (+39) 389 2404480 , emanuela.gamba@libero.it

 

Per approfondire:

D. Kiley, Gli uomini che hanno paura di crescere. La sindrome di Peter Pan, Rizzoli, Milano, 1985

F. M. Cantaluccio (a cura di) Peter Pan, il bambino che non voleva crescere, Feltrinelli, Milano 1992

 F.M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Torino, Enaudi,

La Depressione e la Psicoterapia – L’esigenza di essere ascoltati

A volte basta sentirsi lievemente giù di morale per pensare impropriamente “sono depresso” e avere il bisogno di comunicarlo all’esterno.

Nel linguaggio comune si abusa sovente del termine “depressione” parlando del proprio umore, probabilmente con l’intento di lanciare un messaggio alle persone care legato alla necessità di essere contenuti ed accuditi in un periodo di generica tristezza che, però, non identifica la presenza di una patologia, ma più che altro è l’espressione di una “normale” fase di cambiamento. Ogni cambiamento porta con sé delle perdite; quotidianamente facciamo conoscenza di vissuti depressivi, perché quotidianamente affrontiamo con fatica perdite di oggetti interni ed esterni che appartengono alla sicurezza del nostro passato e che nel presente sono inevitabilmente assenti. Durante le fasi di crisi (e quindi di cambiamento) dello sviluppo “normale”, affrontiamo vissuti depressivi necessari per integrare nuovi oggetti interni e accedere ad un sé più maturo. Questa esperienza depressiva è costruttiva, ne è un esempio l’adolescenza, periodo in cui l’umore subisce un’alternanza di alti e bassi fisiologici che danno il “là” alla maturazione ed alla crescita.

Risultati immagini per ascolto

Conosciamo le sensazioni che caratterizzano la sindrome depressiva, dunque, anche perché ne facciamo esperienza su di noi durante le crisi del ciclo vitale. Parlare di vissuti depressivi, però, è ben diverso dal parlare di depressione come psicopatologia che si configura come uno stato persistente caratterizzato da tono basso dell’ umore, bassa autostima, sensazione di vuoto interiore e incapacità di trarre piacere da qualsiasi attività quotidiana. È una condizione di totale estraniazione, in cui l’individuo vive in una bolla di malessere per un periodo ti tempo prolungato che condiziona ogni ambito della sua esistenza. Le relazioni ne subiscono lo scotto più grande: in amore ripropone le stesse dinamiche ambivalenti sperimentate nel legame con sua madre (o chi si è preso cura di lui), un attaccamento insicuro, estreme emozioni di odio e di amore che si presentano alternativamente. L’individuo si sente ciò che vede riflesso negli occhi dell’altro, tanto che dall’esterno dipende la sua autostima. Dal  partner c’è un ritorno di immagini di sé ambivalenti: può sentirsi per un attimo un valido amante e poco dopo il compagno più inadeguato. Quando il suo bisogno di essere amato, o meglio, di sentirsi meritevole d’amore non viene soddisfatto, reagisce con rabbia e agisce un abbandono prima di poter essere abbandonato perché il suo super-io ipertrofico che lo rende perennemente insoddisfatto, non permette fallimenti, perdite e abbandoni.

 Si è biologicamente predisposti alla depressione o rappresenta la conseguenza possibile di relazioni disfunzionali con le figure di accudimento primario durante l’infanzia?

È stata avanzata l’ipotesi che la depressione possa essere un’espressione di un struttura caratteriale, ovvero un carattere depressivo che predisponga in maniera innata l’individuo a reagire alle perdite con sentimenti di inadeguatezza e crollo dell’ autostima. Si tratta di un meccanismo in cui la depressione è  sempre la prima (se non l’unica) risposta possibile per affrontare l’assenza di oggetti reali, simbolici, ideali o legati a fantasie. Ma la depressione è anche l’ espressione di una fase di sviluppo nel primo anno di vita in cui un bambino impara, attraverso le interazioni con una madre sufficientemente buona, a riconoscere ed integrare anche parti di sé distruttive e ad affrontare vissuti depressivi. Nasce in questa periodo il senso di colpa a cui il bambino accede riconoscendo la sua distruttività e abbandonando la precedente fase onnipotente. Quando il bambino integra perlopiù elementi distruttivi di sé come riflesso di una dinamica di dipendenza insicura, però, mostra l’esigenza di essere contenuto per i suoi sensi di colpa ed il bisogno di essere tranquillizzato, apprezzato ed amato per mantenere un livello sufficiente di autostima. Ogni rifiuto o assenza reale o simbolica in questa fase, provoca tendenzialmene ferite narcisistiche inguaribili che possono condurre, da adulti, verso crolli depressivi e la strutturazione di una psicopatologia depressiva.

L’emozione associata alla depressione, dunque, è prevalentemente una conseguenza di perdite reali, simboliche o fantastiche. L’individuo deve affrontare perdite reali quando vive concretamente esperienze di assenza, laddove precedentemente aveva vissuto una presenza: ad esempio, quando conclude un rapporto con una persona importante, o quando affronta un peggioramento grave della sua salute che lo porta ad identificarsi con una nuova identità da “malato”, o quando perde uno status sociale conquistato in precedenza o la sicurezza lavorativa e finanziaria. A livello sociale, le perdite reali sono riconosciute perlopiù come ingiustizie; esse vengono vissute come conseguenze di esperienze sfortunate per l’individuo e la depressione come una comprensibile risposta all’assenza.

Per fare un esempio, casi di cronaca quotidiana in tempo di crisi ci confermano quanto appena detto: tendiamo socialmente a comprendere anche chi, in uno stato depressivo, sceglie di compiere un atto estremo come il suicidio in conseguenza ad un fallimento finanziario. Lo giustifichiamo come se non avesse altra scelta perché entriamo in contatto con la sua perdita reale, ma non solo… il fallimento concreto è ciò che tendiamo ad etichettare come causa scatenante dei suoi pensieri depressivi, come causa esterna ed ingiusta. Ma, identificandoci con l’individuo nel non riconoscere altra via di fuga, empatizziamo con un vissuto più pesante di perdite secondarie, simboliche e fantastiche che rappresentano assenze incolmabili. Le perdite simboliche sono la distruzione di un simbolo, la distruzione del reale significato che  per l’individuo ha un oggetto o una situazione. In questo caso, cosa c’è dietro l’esperienza di un fallimento economico? Possiamo ipotizzare, la perdita delle fantasie di onnipotenza che la condizione economica elevata veicola, ma anche perdite di autostima e dell’immagine si sé  come persona all’altezza e meritevole di amore. In quest’ottica,  il suicidio è la risposta estrema all’esperienza di assenza che determina il vissuto da “fallito”, da inadeguato ed incapace da cui è impossibile liberarsi, se non attraverso un atto che simbolicamente rappresenta l’omicidio di questa nuova e disfunzionale parte di sé.  L’esperienza maggiormente dolorosa implica, dunque, tutti e tre i livelli di perdita: della concretezza dell’oggetto, del suo significato e delle fantasie che lo accompagnano.

Il disturbo depressivo è, forse, la psicopatologia maggiormente diagnosticata ad oggi.

Nel 1904, Freud incluse la depressione nella lista delle patologie non adatte alla psicoanalisi, insieme alle psicosi e agli stadi confusionali. Lavorare con la depressione aiuta a comprendere cosa possa aver spinto Freud a questa riflessione, giacché rappresenta un vissuto fortemente penetrante nell’analista attraverso il processo di transfert/controtrasfert; è, infatti, necessario avere gli strumenti necessari per proteggersi e non essere invasi, lavorando in primis sulle proprie perdite.

Mi piace immaginare il percorso terapeutico come un viaggio in cui gli attori della relazione tendono a partire da due mete diverse per poi incontrarsi in un punto sconosciuto alla partenza ed iniziare a camminare insieme verso una meta non ben identificata. Il paziente con un vissuto depressivo, fino a quel momento può aver viaggiato da solo fra le sue assenze, le sensazioni di perdita e di inadeguatezza. Non trovando una strada per uscirne, sceglie di iniziare un percorso “insieme” a qualcun altro perchè ha delle risorse che gli permettono di sperimentarsi ancora all’interno di nuove relazioni (non tutti ne hanno). La prima parte del viaggio è forse la più complessa perché mette a nudo, fa riconoscere e rivivere i vissuti associati alla perdita. Il paziente può sentirsi anche solo perché, dell’altro, ha ancora poca fiducia. In seguito, con il tempo, attraverso l’esperienza di una dipendenza “sana” dal terapeuta/specchio di sicurezze, potrà permettersi di fare esperienza di parti buone dell’altro e soprattutto di sé, integrando anche esse e riuscendosi a riconoscere all’altezza di poter essere.

Un viaggio insieme aiuta ad entrare in contatto con “presenze” e non solo con “assenze” e a rendere il processo di integrazione di quest’ultime possibile e meno doloroso. Viaggiare significa sempre crescere, concedersi la possibilità di farlo insieme a qualcun altro è espressione di una grande spinta alla conoscenza di sé e, soprattutto, alla vita.

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Per Approfondire:

-White R.B. & Gilliland R.M., “I Meccanismi di Difesa”, Ed. Astrolabio, 1977

-Quagliata E., “Un buon incontro.”, Ed. Astrolabio, 1994

-Klein M., “Scritti 1921-1958”, Ed. Boringhieri, 1971.

Tabagismo – Aspetti Psicologici dietro il bisogno di fumare

Sui pacchetti di sigarette e negli occhi della gente leggiamo quotidianamente “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Ogni fumatore dipendente ne è consapevole, giacché vive sul proprio corpo gli effetti nocivi del fumo, della dipendenza e conosce perfettamente gli studi sui rischi associati all’abuso di nicotina nel tempo. Conoscere a cosa si va incontro, però, non rappresenta una spinta considerevole allo smettere di fumare. Come mai?

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Per chi si protegge dietro la difesa della negazione, fin quando un evento traumatico (come una malattia) non accade realmente, non esistono rischi; rappresenta a volte, invece, una decisione molto rischiosa fare qualcosa di concreto per se stessi e per la propria salute (come smettere di fumare). La dipendenza fisica e gli effetti piacevoli che il fumo rilascia (aumenta la concentrazione, migliora l’apprendimento, attiva la mente e tranquillizza) rappresentano un alibi per reiterare il comportamento nocivo e renderlo socialmente accettabile, ma nascondono l’ inconscio bisogno di farsi del male ed autopunirsi del fumatore dipendente. Il piacere nel fumare è, infatti, provvisorio, legato esclusivamente al momento in cui la sigaretta è accesa, quando per suo volere e sotto il suo controllo, il fumo lo attraversa, lascia qualche traccia nel corpo e poi ri-esce. Alterna consapevolmente e meno consapevolmente, momenti di piacere a momenti di punizione in un processo di coazioni a ripetere su cui si struttura la sua dipendenza. Finita la sigaretta, infatti, affiorano sentimenti negativi quali vergogna per non essere riuscito a controllare un impulso, angoscia per la possibilità di future malattie e colpa per aver sottoposto il proprio corpo ad un trattamento nocivo, nonché la consapevolezza di esserne dipendenti. A questi sentimenti possono corrispondere vissuti di ansia, insoddisfazione e bassa autostima che il fumatore contiene riaccendendo un’altra sigaretta. La nicotina ha, infatti, anche un’ importante proprietà ansiolitica.

Il tabagismo (o dipendenza da tabacco) segue l’iter psicopatologico di ogni forma di dipendenza (abuso-craving-assuefazione-astinenza) e, come tale, nasconde un profondo senso di vuoto interiore: il fumatore dipendente si mostra incapace di perseguire come obiettivo il proprio benessere; potrà infatti esistere solo se manterrà una relazione con un “oggetto colmante”, fin a quando non riuscirà da sé a riempire quel vuoto.

Tendiamo a scegliere la sigaretta come “oggetto colmante” per le caratteristiche socialmente condivise di bassa pericolosità, benché sia proprio la sua reperibilità a renderla una “droga” familiare e maggiormente pericolosa. Si diventa fumatori molto presto nello sviluppo: dalla prima sigaretta per gioco con gli amici, al fumare per dimostrare a se stessi e agli altri di essere un adulto ed “esistere” da adulto. Fumare in adolescenza conferisce un’identità all’interno del gruppo di pari ed assolve il bisogno umano di sicurezza e allo stesso tempo di autonomia e libertà. Crescendo il comportamento si reitera andando ad assolvere altri tipi di bisogni e la dipendenza si struttura maggiormente: il fumo diviene un importante mezzo di piacere e gratificazione orale. Lo fase orale è la fase più arcaica dello sviluppo psicosessuale del bambino secondo la teoria freudiana: nei primi mesi di vita il soddisfacimento delle pulsioni avviene per mezzo della bocca, attraverso comportamenti orali, come succhiare e mordere il seno della madre. Il neonato succhia ed ingerisce il latte dalla mamma ed incorpora parti buone di lei dentro sé e, di conseguenza, i suoi livelli di ansia diminuiscono, lasciando spazio al piacere. Il bambino impara ben presto che il suo benessere dipende dalla presenza di un oggetto buono dispensatore di piacere, da poter succhiare e mordere. Lo scarso soddisfacimento dei bisogni orali a questa età (ad esempio, nel caso in cui la madre non si mostri sufficientemente presente o attenta alle esigenze del figlio) può rappresentare un’ interferenza nello sviluppo psicosessuale del bambino che da lì in avanti e per tutta la vita prediligerà il cavo orale come fonte di gratificazione.

È il caso del tabagismo, ma anche di altre forme di psicopatologie (come i disturbi del comportamento alimentare) in cui il cavo orale rappresenta la zona primaria di soddisfacimento delle pulsioni. Per il fumatore dipendente, il fumo da tabacco sotto forma di sigaretta diviene il principale mezzo di appagamento di tensioni insopportabili, una nuova e più matura modalità di accesso a quel desiderio mai soddisfatto in infanzia. L’adulto, dunque, sostituisce l’oggetto di piacere del neonato (il seno materno) con un oggetto “surrogato” e “colmante”(la sigaretta) nel tentativo inconscio di rimanere aggrappato all’ oggetto d’amore primario e non essere (più) abbandonato. La “relazione” con il nuovo oggetto ha dei vantaggi: è anch’essa piacevole, socialmente accettabile, ma controllabile dal soggetto che la può usare a seconda del suo bisogno (a differenza di una mamma assente, la sigaretta è sempre reperibile ed a disposizione) per rilassarsi e concedersi una gratificazione nell’immediatezza. Possiede, ormai, il potere di essere l’artefice del proprio piacere.

Fumare è un vizio che si innesca e si struttura inconsapevolmente su formazioni nevrotiche già esistenti nella nostra personalità. A livello cosciente viene percepito come un’esigenza, a volte, o usato come mezzo per socializzare, come forma di ribellione e come molto altro… L’abitudine al fumo è una strategia disfunzionale che segue il principio di piacere e si struttura in risposta ad una o più situazioni stressanti, come fosse una difesa a tutela del proprio mondo emotivo, come un rifugio, un nascondiglio sicuro per i pensieri. I pensieri pesanti vanno metaforicamente in fumo, possono spegnersi per il tempo di una sigaretta almeno, annebbiando la mente e lasciando spazio per concentrasi sulle azioni, sulla ritualità dei gesti. Il raggiungimento del piacere è possibile con il ritiro dalla cruda realtà dei pensieri annebbianti. Anche la gestualità associata all’atto rilassa ed inebria; il fumo che esce ed entra nei canali respiratori crea una stimolazione autoerotica. Il fumo è in primis una coccola, dunque. Si configura come psicopatologia, invece, quando vi è assenza di controllo cosciente sull’azione di fumare. Si può essere dipendenti da una sola sigaretta al giorno: se essa rappresenta un obbligo, un rituale di gratificazione non vi è liberta di scelta consapevole e si è totalmente soggiogati dalla sostanza e dai suoi effetti.

La consapevolezza di essere per natura dipendenti  da persone, comportamenti e sostanze in maniera anche funzionale al nostro benessere, ci fa riflettere e ridimensionare i rischi di vivere una qualunque dipendenza; ciò che è importante e necessario, è evitare che un “vizio colmante” possa annebbiare la nostra mente a lungo creando un fumo permanente. Il rischio è non riconoscere che le difficoltà nel tollerare l’assenza dell’oggetto che abbiamo scelto come fonte di piacere da grandi (la sigaretta), siano il flebile riflesso di un’assenza già affrontata in passato.

Non è il sintomo della dipendenza a parlare di noi, ma l’assenza originaria a cui fa rifermento.

Dott.ssa Emanuela Gamba

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Per Approfondire:

Bignamini E., Bombini R, “Considerazioni sul pensiero e sul linguaggio delle tossicodipendenze,” Medicina delle Tossicodipendenze, 2003.

 Svevo I., “La coscienza di Zeno,” Mondadori, 2001

Le Dipendenze “Sane” – Nasciamo e cresciamo dipendendo…

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Quando parliamo o sentiamo parlare di dipendenze facciamo spesso i conti con sentimenti di preoccupazione, paura, rabbia… Ci spaventa e ci fa arrabbiare l’idea di perdere il controllo su noi stessi, cadere e superare una fantomatica linea di confine fra il nostro volere e il subire. A volte ci preoccupa anche solo sapere di non essere indipendenti e dipendere da cose, eventi o persone esterne al nostro mondo interiore.

Guardiamo alle grandi e invalidanti dipendenze (da sostanze, ad esempio) con paura anche quando sono lontane da noi poiché ne conosciamo i meccanismi che quotidianamente sperimentiamo: ogni giorno viviamo piccole forme di dipendenza, comuni e pressoché salutari. Ancor prima della nostra nascita e per molti anni di vita, infatti, sperimentiamo la dipendenza dalle cure e dalle attenzioni di nostra madre. Arriva un giorno in cui crediamo di aver ottenuto un buon grado di indipendenza da lei, molto spesso nella fase di ribellione e separazione adolescenziale, quando impariamo a gestire nel bene e nel male i nostri piccoli impegni e doveri.

In realtà, ci accorgiamo ben presto che continueremo per tutta la vita a sentirci dipendenti da qualcosa o qualcuno che rappresenterà o prenderà inconsciamente il posto di quella persona che si è presa cura di noi per tanto tempo.

Come esseri umani cresciamo ed impariamo ad essere responsabili, ma non troveremo mai una formula magica per bastare a noi stessi e vivere indipendentemente dalle persone care e dal nostro contesto.  L’uomo è per natura un essere sociale, infatti, tende ad aggregarsi e a vivere relazioni e legami di dipendenza dall’altro. Dipendere da qualcuno permette non solo di vivere o sopravvivere (come per i bambini), ma è sinonimo di un livello intellettivo superiore, è ciò che ci differenzia dalle specie animali.

Continueremo per tutta la vita, quindi, a sperimentare forme di dipendenza, perlopiù sane, che mi piace definire “dipendenze della vita quotidiana”. Capita quando il nostro umore dipende dal sorriso di nostro figlio o del nostro partner. Quando non andiamo a dormire sereni senza il messaggio della buonanotte. O quando riserviamo qualche minuto al giorno a quel giochino sul cellulare che ci permette di spegnere i pensieri pesanti.

Le dipendenze patologiche, a differenza di quelle della vita quotidiana, portano con se ossessioni e compulsività, generano perdita totale di controllo sui comportamenti e allontanamento dalle relazioni funzionali e basate sulla reciprocità. Il soggetto agisce egoisticamente nella ricerca del piacere per riempire un vuoto, un vuoto che nasce dalla relazione con la figura di accudimento primaria e si struttura nell’arco della sua infanzia.

Erroneamente tendiamo a classificare alcune forme di dipendenza, ad esempio il tabagismo, come poco invasive poiché riportano nell’immediato un effetto meno dannoso rispetto ad altre. È bene affermare, invece, che si può parlare di dipendenza in termini di patologia quando sussistono condizioni cliniche psicologiche e fisiche che spingono il soggetto a reiterare in maniera coatta e incontrollabile comportamenti specifici per raggiungere un livello di gratificazione. Attraverso un mezzo, una sostanza o più canali, il soggetto altera la coscienza e dimezza i suoi livelli di tensione psichica, di ansia o di dolore. Nella ricerca di uno stato di benessere, che con il tempo sarà sempre più difficile da raggiungere, andrà incontro all’aumento delle dosi, alla perdita di controllo dei propri limiti e alla diminuzione del periodo di “sobrietà”. La dipendenza comporta una compromissione delle relazioni interpersonali, difficoltà nell’adempiere a compiti quotidiani (come andare a lavoro) oltre a seri rischi per la salute.

Sono casi in cui si riconosce come assolutamente necessario l’intervento psicologico/psicoterapeutico che supporti e contenga il soggetto nel lavoro di rielaborazione dei vissuti di “vuoto” legati al periodo infantile insieme ad un intervento farmacologico che aiuti a diminuire gli effetti della dipendenza fisica e faciliti la guarigione.

 A dare il via al meccanismo di dipendenza patologico, dunque, è la scelta di una strategia poco funzionale per riempire un vuoto emotivo e raggiungere uno stato di benessere attraverso un canale che segue il principio del piacere. L’effetto? La realtà  risulta alterata e la felicità incompleta, non soddisfacente e passeggera determina la ripetizione del comportamento compulsivo. Per scardinare il meccanismo patologico e condurre verso  il principio di realtà, all’interno di un percorso di supporto, è importante far confrontare i pazienti che soffrono di forme di dipendenza invasive con le dipendenze della vita quotidiana. Lo scopo è ridare un senso alla loro solitudine e al loro vuoto: si sentiranno maggiormente accolti e compresi capendo che il meccanismo alla base della dipendenza ed i sentimenti ad esso connessi sono sperimentati nella vita da ogni uomo.

Oggi sappiamo che per natura siamo esseri dipendenti.

Nella vita “sana” di tutti i giorni, senza mai perdere di vista il nostro ruolo, la nostra responsabilità ed individualità, è importante accettare l’idea di dipendere da qualcun’altro. Concedersi la possibilità di dipendere da qualcuno significa potersi appoggiare su una base sicura, significa costruire, condividere, crescere, significa colmare un vuoto, significa dare spazio dentro di noi all’altro, significa un passo senza paura verso una più duratura e possibile felicità.

                                                                                                  Dott.ssa Emanuela Gamba
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