Cosa significa “crescere”?- Le spinte e le resistenze al cambiamento dei giovani adulti

“Sembrava una mattina come tante altre. Sveglia presto, caffè di corsa, vestirsi, lavarsi, provare a dare un senso ai capelli, un filo di trucco…per poi immergersi nel traffico mattutino della Capitale ed affrontare la solita routine noiosa, ma rassicurante. Quella mattina di autunno, assorta nei miei pensieri, ferma ad un semaforo, mi accorsi di un particolare che mi colpì senza capirne sul momento il senso: il mio sguardo si soffermò su una semplice foglia secca, una foglia ormai rigida e color marroncino che rotolava per la strada trasportata dal vento. Inerme, la foglia fece molti metri davanti a me sull’asfalto, come cullata dal soffio del vento, mentre io ero lì, ferma, bloccata a guardarla e ad aspettare il mio turno verde per passare. 

Nei giorni seguenti mi ritornò in mente più volte quell’immagine ed il suono del vento; ad accompagnare i miei ricordi, una forte sensazione di freddo. Mi chiesi come mai mi avesse colpito quella situazione così ordinaria e banale, vista altre mille volte,  ed avesse reso quella mattina diversa dalle altre mattine. Capii che quell’evento era la metafora perfetta della mia vita: in quel particolare momento di vita mi sentivo insicura, non sapevo se voler essere vento o foglia, trasportare o essere trasportata dagli eventi, impormi o essere inerme, fare o non fare, crescere o non crescere.  

E pensai al Peter Pan di Berrie che “finisce per rimanere imprigionato nell’abisso dell’uomo che non vuole diventare e del ragazzo che non può continuare  ad essere” perché anche io mi sentivo in quel limbo, ma finalmente riuscivo ad accorgermi di quanto fossi stufa di scegliere di non scegliere.”

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Nel sistema sociale occidentale, i 18 anni rappresentano l’inizio della vita adulta, anche se la piena maturità intellettuale si raggiunge intorno ai 20 anni e l’età è sempre più dipendente da componenti culturali e non biologiche. Con la maggiore età si può prendere la patente e la “maturità”: si è poco più che adolescenti e già ci si sente chiamare GRANDI. Nel primo periodo di vita adulta (dai 18 ai 40 anni circa) , l’uomo è ancorato alle sensazioni ed ai vissuti della sua infanzia e della sua adolescenza, ma comincia a porsi le prime domande sulle sue responsabilità e a ricercare il suo ruolo sociale.  Sarà solo nel passaggio tra i 20 ed i 30 anni che acquisirà  il modello di riferimento della propria identità di adulto. Questa fase rappresenta un periodo critico, per molti una seconda adolescenza: è quel momento in cui si sente la pressione di dover cambiare vita, ma allo stesso tempo ci si sente bloccati dalla paura del futuro, dalla paura della responsabilità di dovere essere “Vento”.  I giovani Peter Pan di oggi non hanno fretta di “fare i grandi” poiché sono bloccati, bloccati dalla paura di scegliere e bloccati dall’incertezza del futuro, dalle possibilità che il mondo di oggi non offre. Secondo Francesco Cataluccio, l’immaturità è il male del secolo: la cultura e il nostro tempo contribuiscono a far crescere adulti-non adulti, incapaci di affrontare la vita, le gioie e le preoccupazioni quotidiane. La società moderna della incertezze, infatti, allontana la mente dal fare programmi rendendo possibile solo il pensiero al presente.  Si sceglie così di prendere tempo e rifugiarsi in un posto sicuro: “l’isola che non c’è” dentro ognuno di noi, fatta di sogni, speranze e paure in cui è possibile vivere da foglie trasportate dal vento… e lasciare al vento la responsabilità di scegliere.

Teorizzata da Dan Kiley nel 1983, la  “Sindrome di Peter Pan” ad oggi non viene classificata come patologia da alcun manuale diagnostico, ma è ormai un termine di uso comune per indicare una difficoltà dello sviluppo. Rappresenta il vissuto di disagio di chi si rifiuta o è incapace di crescere e assumersi le responsabilità di ciò che è stato e di ciò che sarà: è il fallimento del processo di differenziazione o di individuazione. Kiley lo descrive come un blocco dello sviluppo emozionale del bambino che fa i conti con figure genitoriali spesso rigide e responsabilizzanti o inadeguate a livello affettivo.  Viene letto anche come un meccanismo di regressione e fissazione ad una fase precedente di vita in cui le responsabilità sono poche ed è possibile tenere i problemi lontani e non  accedere ad emozioni mature.

Pertanto è possibile indicare due parole per descrivere il disagio dei moderni Peter Pan: “infanzia e società”.

Il personaggio di Peter Pan viene associato nell’inconscio comune ad un vissuto negativo, di staticità e fallimento dell’identità. Ma proviamo a pensare anche a quel che rappresenta: Peter è un bambino e come tale racchiude dentro se la forza della fantasia e della curiosità. Questo ci ricorda come sia possibile conservare dentro i nostri animi di adulti in lotta con la società e la vita quotidiana, una piccola parte “bambina” che ci può spingere verso la scoperta di quel che c’è al di là del certo della nostra isola, e riscoprire quell’entusiasmo di vivere che spesso manca ai Peter Pan di oggi. La mia cura alla “patologia dei nostri tempi” è una  terapia alla curiosità che spinga a scegliere di volere e di volare.

Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. (Antoine de Saint-Exupéry)

Dott.ssa Emanuela Gamba

Riceve su appuntamento a Roma, (+39) 389 2404480 , emanuela.gamba@libero.it

Per approfondire:

D. Kiley, Gli uomini che hanno paura di crescere. La sindrome di Peter Pan, Rizzoli, Milano, 1985

F. M. Cantaluccio (a cura di) Peter Pan, il bambino che non voleva crescere, Feltrinelli, Milano 1992

 F.M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Torino, Enaudi,

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