La Depressione e la Psicoterapia – L’esigenza di essere ascoltati

A volte basta sentirsi lievemente giù di morale per pensare impropriamente “sono depresso” e avere il bisogno di comunicarlo all’esterno.

Nel linguaggio comune si abusa sovente del termine “depressione” parlando del proprio umore, probabilmente con l’intento di lanciare un messaggio alle persone care legato alla necessità di essere contenuti ed accuditi in un periodo di generica tristezza che, però, non identifica la presenza di una patologia, ma più che altro è l’espressione di una “normale” fase di cambiamento. Ogni cambiamento porta con sé delle perdite; quotidianamente facciamo conoscenza di vissuti depressivi, perché quotidianamente affrontiamo con fatica perdite di oggetti interni ed esterni che appartengono alla sicurezza del nostro passato e che nel presente sono inevitabilmente assenti. Durante le fasi di crisi (e quindi di cambiamento) dello sviluppo “normale”, affrontiamo vissuti depressivi necessari per integrare nuovi oggetti interni e accedere ad un sé più maturo. Questa esperienza depressiva è costruttiva, ne è un esempio l’adolescenza, periodo in cui l’umore subisce un’alternanza di alti e bassi fisiologici che danno il “là” alla maturazione ed alla crescita.

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Conosciamo le sensazioni che caratterizzano la sindrome depressiva, dunque, anche perché ne facciamo esperienza su di noi durante le crisi del ciclo vitale. Parlare di vissuti depressivi, però, è ben diverso dal parlare di depressione come psicopatologia che si configura come uno stato persistente caratterizzato da tono basso dell’ umore, bassa autostima, sensazione di vuoto interiore e incapacità di trarre piacere da qualsiasi attività quotidiana. È una condizione di totale estraniazione, in cui l’individuo vive in una bolla di malessere per un periodo ti tempo prolungato che condiziona ogni ambito della sua esistenza. Le relazioni ne subiscono lo scotto più grande: in amore ripropone le stesse dinamiche ambivalenti sperimentate nel legame con sua madre (o chi si è preso cura di lui), un attaccamento insicuro, estreme emozioni di odio e di amore che si presentano alternativamente. L’individuo si sente ciò che vede riflesso negli occhi dell’altro, tanto che dall’esterno dipende la sua autostima. Dal  partner c’è un ritorno di immagini di sé ambivalenti: può sentirsi per un attimo un valido amante e poco dopo il compagno più inadeguato. Quando il suo bisogno di essere amato, o meglio, di sentirsi meritevole d’amore non viene soddisfatto, reagisce con rabbia e agisce un abbandono prima di poter essere abbandonato perché il suo super-io ipertrofico che lo rende perennemente insoddisfatto, non permette fallimenti, perdite e abbandoni.

 Si è biologicamente predisposti alla depressione o rappresenta la conseguenza possibile di relazioni disfunzionali con le figure di accudimento primario durante l’infanzia?

È stata avanzata l’ipotesi che la depressione possa essere un’espressione di un struttura caratteriale, ovvero un carattere depressivo che predisponga in maniera innata l’individuo a reagire alle perdite con sentimenti di inadeguatezza e crollo dell’ autostima. Si tratta di un meccanismo in cui la depressione è  sempre la prima (se non l’unica) risposta possibile per affrontare l’assenza di oggetti reali, simbolici, ideali o legati a fantasie. Ma la depressione è anche l’ espressione di una fase di sviluppo nel primo anno di vita in cui un bambino impara, attraverso le interazioni con una madre sufficientemente buona, a riconoscere ed integrare anche parti di sé distruttive e ad affrontare vissuti depressivi. Nasce in questa periodo il senso di colpa a cui il bambino accede riconoscendo la sua distruttività e abbandonando la precedente fase onnipotente. Quando il bambino integra perlopiù elementi distruttivi di sé come riflesso di una dinamica di dipendenza insicura, però, mostra l’esigenza di essere contenuto per i suoi sensi di colpa ed il bisogno di essere tranquillizzato, apprezzato ed amato per mantenere un livello sufficiente di autostima. Ogni rifiuto o assenza reale o simbolica in questa fase, provoca tendenzialmene ferite narcisistiche inguaribili che possono condurre, da adulti, verso crolli depressivi e la strutturazione di una psicopatologia depressiva.

L’emozione associata alla depressione, dunque, è prevalentemente una conseguenza di perdite reali, simboliche o fantastiche. L’individuo deve affrontare perdite reali quando vive concretamente esperienze di assenza, laddove precedentemente aveva vissuto una presenza: ad esempio, quando conclude un rapporto con una persona importante, o quando affronta un peggioramento grave della sua salute che lo porta ad identificarsi con una nuova identità da “malato”, o quando perde uno status sociale conquistato in precedenza o la sicurezza lavorativa e finanziaria. A livello sociale, le perdite reali sono riconosciute perlopiù come ingiustizie; esse vengono vissute come conseguenze di esperienze sfortunate per l’individuo e la depressione come una comprensibile risposta all’assenza.

Per fare un esempio, casi di cronaca quotidiana in tempo di crisi ci confermano quanto appena detto: tendiamo socialmente a comprendere anche chi, in uno stato depressivo, sceglie di compiere un atto estremo come il suicidio in conseguenza ad un fallimento finanziario. Lo giustifichiamo come se non avesse altra scelta perché entriamo in contatto con la sua perdita reale, ma non solo… il fallimento concreto è ciò che tendiamo ad etichettare come causa scatenante dei suoi pensieri depressivi, come causa esterna ed ingiusta. Ma, identificandoci con l’individuo nel non riconoscere altra via di fuga, empatizziamo con un vissuto più pesante di perdite secondarie, simboliche e fantastiche che rappresentano assenze incolmabili. Le perdite simboliche sono la distruzione di un simbolo, la distruzione del reale significato che  per l’individuo ha un oggetto o una situazione. In questo caso, cosa c’è dietro l’esperienza di un fallimento economico? Possiamo ipotizzare, la perdita delle fantasie di onnipotenza che la condizione economica elevata veicola, ma anche perdite di autostima e dell’immagine si sé  come persona all’altezza e meritevole di amore. In quest’ottica,  il suicidio è la risposta estrema all’esperienza di assenza che determina il vissuto da “fallito”, da inadeguato ed incapace da cui è impossibile liberarsi, se non attraverso un atto che simbolicamente rappresenta l’omicidio di questa nuova e disfunzionale parte di sé.  L’esperienza maggiormente dolorosa implica, dunque, tutti e tre i livelli di perdita: della concretezza dell’oggetto, del suo significato e delle fantasie che lo accompagnano.

Il disturbo depressivo è, forse, la psicopatologia maggiormente diagnosticata ad oggi.

Nel 1904, Freud incluse la depressione nella lista delle patologie non adatte alla psicoanalisi, insieme alle psicosi e agli stadi confusionali. Lavorare con la depressione aiuta a comprendere cosa possa aver spinto Freud a questa riflessione, giacché rappresenta un vissuto fortemente penetrante nell’analista attraverso il processo di transfert/controtrasfert; è, infatti, necessario avere gli strumenti necessari per proteggersi e non essere invasi, lavorando in primis sulle proprie perdite.

Mi piace immaginare il percorso terapeutico come un viaggio in cui gli attori della relazione tendono a partire da due mete diverse per poi incontrarsi in un punto sconosciuto alla partenza ed iniziare a camminare insieme verso una meta non ben identificata. Il paziente con un vissuto depressivo, fino a quel momento può aver viaggiato da solo fra le sue assenze, le sensazioni di perdita e di inadeguatezza. Non trovando una strada per uscirne, sceglie di iniziare un percorso “insieme” a qualcun altro perchè ha delle risorse che gli permettono di sperimentarsi ancora all’interno di nuove relazioni (non tutti ne hanno). La prima parte del viaggio è forse la più complessa perché mette a nudo, fa riconoscere e rivivere i vissuti associati alla perdita. Il paziente può sentirsi anche solo perché, dell’altro, ha ancora poca fiducia. In seguito, con il tempo, attraverso l’esperienza di una dipendenza “sana” dal terapeuta/specchio di sicurezze, potrà permettersi di fare esperienza di parti buone dell’altro e soprattutto di sé, integrando anche esse e riuscendosi a riconoscere all’altezza di poter essere.

Un viaggio insieme aiuta ad entrare in contatto con “presenze” e non solo con “assenze” e a rendere il processo di integrazione di quest’ultime possibile e meno doloroso. Viaggiare significa sempre crescere, concedersi la possibilità di farlo insieme a qualcun altro è espressione di una grande spinta alla conoscenza di sé e, soprattutto, alla vita.

Dott.ssa Emanuela Gamba

Riceve su appuntamento a Roma
(+39) 389 2404480 – 
emanuela.gamba@libero.it

 

Per Approfondire:

-White R.B. & Gilliland R.M., “I Meccanismi di Difesa”, Ed. Astrolabio, 1977

-Quagliata E., “Un buon incontro.”, Ed. Astrolabio, 1994

-Klein M., “Scritti 1921-1958”, Ed. Boringhieri, 1971.

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